di Giuseppe Gagliano –
La Turchia torna al centro del gioco diplomatico sulla guerra in Ucraina, ma l’ipotesi di un incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin appare ancora distante, frenata da profonde divergenze politiche e strategiche tra le parti.
Kiev spinge per un vertice ad Ankara per rilanciare il negoziato e rafforzare il proprio ruolo internazionale, contando sulla capacità turca di mantenere aperti i canali con Mosca pur restando nella NATO. Il Cremlino, però, attraverso Dmitry Peskov, ha chiarito che un eventuale incontro tra i due leader potrà avvenire solo per ratificare un accordo già definito, svuotando di fatto il vertice di ogni funzione negoziale.
La distanza riflette due strategie opposte: l’Ucraina cerca un faccia a faccia per sbloccare il dialogo e ottenere un riconoscimento politico, mentre la Russia punta a consolidare prima i risultati sul campo e nei tavoli paralleli, evitando concessioni simboliche.
In questo scenario la Turchia di Recep Tayyip Erdogan tenta di rafforzare il proprio ruolo di mediatore, sfruttando una posizione equilibrata tra Occidente, Mosca e Medio Oriente. Ankara si propone come snodo diplomatico nelle crisi globali, collegando il conflitto ucraino ad altre tensioni regionali, dalla sicurezza energetica alle dinamiche con l’Iran.
Resta però un limite strutturale: per Mosca il confronto decisivo non è con Kiev ma con Washington. Senza un’intesa più ampia tra Russia e Stati Uniti, anche un eventuale vertice tra Zelensky e Putin rischierebbe di avere un impatto limitato.
La proposta ucraina mantiene un valore politico, ma la situazione resta bloccata. La Russia non ha interesse ad accelerare, mentre Kiev spinge per riaprire il negoziato. In mezzo, la Turchia prova a trasformare la propria funzione di ponte in un vantaggio strategico.
Per ora, i negoziati continuano lontano dai riflettori: tutti li evocano, ma nessuno sembra pronto a creare le condizioni politiche per renderli concreti.












