di Alessandro Pompei –
L’Unione Europea ha scelto. Dopo 25 anni di stallo, Bruxelles ha forzato la mano utilizzando la procedura dello “splitting” per attivare la parte commerciale dell’accordo con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. La logica politica appare chiara: sacrificare quote di mercato agroalimentare per abbattere i dazi del 35% che frenano l’export automobilistico europeo, in particolare quello tedesco, verso il Sud America.
La narrazione ufficiale presenta il Mercosur come un nuovo Eldorado per Volkswagen, Mercedes e BMW. Tuttavia la realtà economica appare più complessa. Nonostante l’abbattimento delle barriere tariffarie, il mercato sudamericano non sembra in grado di assorbire i volumi necessari a compensare la crisi strutturale dell’automotive europeo.
Con una Volkswagen Polo che sfiora ormai i 30 mila euro e uno stipendio medio brasiliano che fatica a raggiungere gli 800 euro mensili, l’auto europea resta un bene destinato a una fascia limitata di consumatori. Una clientela che, peraltro, avrebbe probabilmente acquistato vetture premium anche in presenza di un dazio del 35%.
L’accordo, quindi, non punta a motorizzare il Brasile, ma piuttosto a consentire ai grandi gruppi tedeschi di esportare componenti e tecnologie per mantenere margini di profitto progressivamente erosi in Europa dall’aumento dei costi energetici e dalla transizione elettrica.
Nel frattempo, il cuore dell’automotive tedesco continua a subire tagli storici. Volkswagen ha annunciato piani di ristrutturazione che prevedono la chiusura di siti produttivi simbolici, come quello di Dresda, e la riduzione di 35 mila posti di lavoro entro il 2030. Se le catene di montaggio in Germania non riescono più a sostenere costi produttivi ormai superiori a quelli della concorrenza asiatica, difficilmente un incremento marginale dell’export verso San Paolo potrà invertire la tendenza. Il Mercosur rischia di trasformarsi in una semplice flebo per un sistema industriale che necessita di interventi ben più profondi.
Il prezzo di questo tentativo di salvataggio ricade soprattutto sul settore agricolo mediterraneo. L’importazione massiccia di carne bovina, zucchero e cereali a basso costo, prodotti secondo standard ambientali spesso difficili da verificare nonostante le cosiddette “clausole specchio”, mette l’olivicoltura e la zootecnia europea davanti a un bivio: specializzarsi in produzioni di nicchia o soccombere alla competizione globale.
L’abbandono delle terre agricole non rappresenta soltanto un danno economico, ma anche una potenziale minaccia alla sicurezza alimentare. Un tema tornato al centro del dibattito dopo il recente sequestro in Grecia di un lotto brasiliano da tre tonnellate di carne di pollo risultato contaminato da salmonella nell’80% dei campioni analizzati.
Secondo questa lettura critica dell’accordo, l’Europa starebbe sacrificando parte della propria sovranità alimentare nella speranza di sostenere l’industria automobilistica tedesca attraverso un mercato che, però, non presenta né le dimensioni né il potere d’acquisto di quello statunitense.
A ciò si aggiunge il possibile impatto ambientale. L’espansione di pascoli e colture intensive destinate all’export verso l’Europa potrebbe accelerare la deforestazione in aree strategiche del Sud America. Un paradosso climatico che vedrebbe allevamenti bovini ad alte emissioni di metano sostituire porzioni di foresta pluviale primaria fondamentali per l’assorbimento globale di CO2.
Il quadro si completa con le preoccupazioni sul piano biosanitario. La crescente vicinanza tra allevamenti intensivi e fauna selvatica aumenta infatti il rischio di nuove zoonosi, richiamando il dibattito nato dopo la pandemia da Covid-19 e le recenti preoccupazioni legate al virus Hanta.
Per i critici dell’accordo, emerge ancora una volta la subordinazione dell’Europa agli interessi industriali tedeschi. Un modello economico giudicato rigido e poco adatto alle trasformazioni del mercato globale, soprattutto se confrontato con la flessibilità delle piccole e medie imprese europee.
La partita, tuttavia, non è ancora chiusa. Il rinvio dell’accordo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel gennaio 2026 ha aperto un fronte legale destinato a incidere sul processo di ratifica. Se la magistratura europea dovesse ritenere illegittimo lo scavalcamento dei parlamenti nazionali, l’intera architettura del Mercosur potrebbe essere rimessa in discussione prima che gli effetti sul comparto agricolo diventino irreversibili.
In un’Europa attraversata da una profonda crisi di identità, il rischio è che il tentativo di salvare l’industria automobilistica finisca per compromettere anche la sicurezza alimentare e la tenuta economica del settore agricolo. Una scommessa industriale che potrebbe lasciare il continente senza entrambe.











