di Giuseppe Gagliano –
Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar sostiene di aver ereditato una situazione finanziaria molto più grave di quanto comunicato dal precedente esecutivo di Viktor Orbán. Secondo il Financial Times, gli audit avviati dopo il cambio di governo avrebbero evidenziato un disavanzo pubblico superiore all’8% del prodotto interno lordo nel 2026, a fronte di stime ufficiali inizialmente fissate al 3,7% e successivamente riviste al 5%. Reuters riferisce che l’attuale esecutivo prevede ora un deficit intorno al 6,8%, anche grazie allo sblocco di parte dei fondi europei precedentemente congelati.
La vicenda segna l’inizio di un duro confronto politico tra il nuovo governo e l’ex premier Orbán. Magyar accusa il precedente esecutivo di aver sottostimato le reali condizioni della finanza pubblica, mentre il partito dell’ex primo ministro respinge le critiche e sostiene che il nuovo governo stia enfatizzando la situazione per giustificare future misure di contenimento della spesa.
Per sedici anni il modello economico di Orbán ha combinato una forte retorica sovranista con il ricorso ai fondi europei e agli investimenti esteri. Il congelamento di parte delle risorse comunitarie, deciso negli ultimi anni per le controversie sullo Stato di diritto, ha però ridotto i margini finanziari del Paese, rendendo più difficile sostenere gli elevati livelli di spesa pubblica.
Il nuovo esecutivo si trova ora di fronte a scelte complesse. Ridurre il deficit potrebbe richiedere tagli alla spesa, un aumento delle entrate o il rinvio di alcuni programmi di investimento e delle promesse elettorali. Allo stesso tempo Budapest dovrà riconquistare la fiducia dei mercati finanziari e delle istituzioni europee attraverso una maggiore trasparenza nella gestione dei conti pubblici.
Secondo Reuters, gli investitori hanno accolto positivamente il cambio di orientamento nei rapporti con Bruxelles e l’ipotesi di un futuro percorso verso l’adozione dell’euro intorno al 2030, anche se l’Ungheria è ancora lontana dal soddisfare i criteri economici previsti per l’ingresso nella moneta unica.
La questione assume anche una rilevanza geopolitica. Negli ultimi anni Orbán aveva mantenuto una politica estera caratterizzata da rapporti sia con l’Unione Europea sia con Russia e Cina. Un deterioramento dei conti pubblici riduce però i margini di autonomia del Paese, aumentando la dipendenza dai fondi europei, dagli investitori internazionali e dalla stabilità dei mercati finanziari.
Per Bruxelles si apre l’opportunità di ricostruire un rapporto più stretto con Budapest, utilizzando la leva dei finanziamenti europei in cambio di riforme economiche e istituzionali. Per il governo Magyar, invece, la sfida sarà conciliare il risanamento dei conti con le aspettative di cambiamento dell’elettorato, evitando che il peso dell’eredità economica comprometta il consenso ottenuto alle elezioni.
Il confronto sul deficit rappresenta così uno dei primi banchi di prova della nuova stagione politica ungherese, nella quale la credibilità finanziaria e i rapporti con l’Unione Europea saranno determinanti quanto il confronto interno con l’eredità lasciata dai sedici anni di governo di Viktor Orbán.



