BRUXELLES — Chi paga i 27 miliardi di dollari che mancano alla difesa ucraina? La domanda gira da due settimane tra Kiev e Bruxelles, e una risposta ancora non c’è. Il presidente Volodymyr Zelensky l’ha messa sul tavolo il 24 agosto, giorno del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza, dopo la riunione della «Coalizione dei volenterosi» ospitata nella capitale ucraina: al ministero della Difesa manca un ammanco da 27 miliardi di dollari, 23,1 miliardi di euro. Non spese impreviste: fondi destinati al secondo semestre e bruciati in anticipo nel primo, per pagare gli stipendi dei militari, le indennità alle famiglie dei caduti e dei dispersi, le spese sociali.
I numeri li ha dati lo stesso Zelensky: circa 20 miliardi servono entro la fine del 2026, altri 8-10 per avviare gli acquisti dell’esercito nel 2027. La richiesta all’Unione europea è diretta — anticipare una parte del prestito da 90 miliardi di euro, la spina dorsale del finanziamento di Kiev fino al 2027 — accompagnata da altre due: un «meccanismo equo» sugli asset russi congelati e più difesa aerea per il corridoio del grano nel Mar Nero.
Bruxelles risponderà? Per ora prende tempo. Lunedì il premier ucraino Serhij Koretskyj ha discusso in videoconferenza con il commissario europeo Valdis Dombrovskis il fabbisogno 2026-2027 e le riforme necessarie a sbloccare i fondi. L’esito, riferito da Radio Free Europe/Radio Liberty, emittente finanziata dal governo americano, è un raffreddamento: «Prima dobbiamo capire con chiarezza la situazione di bilancio e finanziaria. Solo allora si potranno valutare i modi per affrontarla», ha detto il portavoce della Commissione Balázs Ujvári. Che non ha nemmeno confermato l’esistenza di una richiesta formale di anticipo da parte di Kiev: le consultazioni tecniche proseguiranno «nei giorni e nelle settimane» a venire.
Perché tanta prudenza? Perché anticipare i fondi rischia di far saltare il compromesso faticosamente raggiunto dai leader europei, che prevede esborsi graduali fino al 2027, agganciati alle riforme. E su una di quelle riforme Kiev è già inciampata.
Il voto mancato alla Rada
Il 1° settembre la Verkhovna Rada, il parlamento ucraino, ha bocciato il disegno di legge sulla tassazione dei pacchi internazionali, senza raggiungere i 226 voti necessari. In gioco non c’era solo una tassa: dal via libera dipendono 3,7 miliardi di euro di assistenza macrofinanziaria europea attesi per l’inizio dell’autunno.
C’è poi il Fondo monetario internazionale, l’altro pilastro. Martedì Dombrovskis ha incontrato la direttrice generale Kristalina Georgieva per esaminare i risultati della missione del Fondo conclusa in Ucraina la settimana scorsa: gli aiuti europei sono legati al programma del Fondo, e se quello si inceppa si inceppa tutto.
E le capitali europee? Il New York Times descrive un allarme crescente tra governi già impegnati ad aumentare la propria spesa militare e ora chiamati a nuovi impegni per Kiev. Nello stesso quadro, il ministro degli Esteri tedesco ha aperto alla condivisione con l’Ucraina dei dati sui rifugiati ucraini in età di leva presenti in Germania — un modo per aiutare Kiev a rimpolpare l’esercito senza mettere mano al portafoglio.
La partita vera, intanto, è il calendario. Bruxelles vuole vedere i conti e le riforme prima di pagare; ma gli stipendi dei soldati e le indennità alle famiglie dei caduti non aspettano i tempi delle consultazioni tecniche. Il tempo, in questa trattativa, lavora contro Kiev.

