BERLINO — Le urla dei deputati dell’Alternative für Deutschland coprono a tratti la voce del cancelliere, ma Friedrich Merz non arretra. «La parola “remigrazione” non è altro che un sinonimo di pulizia etnica», scandisce dalla tribuna del Bundestag durante il dibattito generale di mercoledì mattina, riferisce l’Afp. «Pulizia etnica per colore della pelle e origine». È il discorso più duro che il leader cristiano-democratico abbia mai pronunciato contro l’estrema destra tedesca.
Il momento pesa quanto le parole. Domenica, in Sassonia-Anhalt — Land dell’Est con capitale Magdeburgo — l’AfD ha preso il 43,8 per cento, il doppio del 2021, mentre la Cdu di Merz è crollata al 17,2, il peggior risultato della sua storia nella regione. Con 39 seggi su 83, all’ultradestra ne mancano solo 3 per la maggioranza assoluta. Per la prima volta dal dopoguerra un partito di estrema destra è a un passo dal governo di un Land tedesco.
Merz ha incalzato su tutti i fronti. Sull’economia, contro chi promette espulsioni di massa: «Non una sola casa di riposo potrebbe funzionare, non un ospedale, non un ristorante». E su Mosca, accusando l’AfD filorussa di alimentare gli sforzi del Cremlino per destabilizzare la Germania dopo l’attacco con droni sventato il 4 agosto all’aeroporto di Lipsia, che Berlino attribuisce alla Russia: «Da lei, signora Weidel, non è arrivato nulla su quel che è successo a Lipsia. Lei è parte del problema che abbiamo in Germania». Alice Weidel, copresidente del partito, aveva parlato prima di lui: i giorni della coalizione di Merz «sono finiti», gli elettori vogliono «finalmente un cambio di rotta».
Intanto a Magdeburgo la partita vera è già cominciata. Il capolista dell’AfD nel Land, il 35enne Ulrich Siegmund, tende la mano «a tutti coloro che vogliono lavorare con noi per una svolta politica di fondo». L’ago della bilancia è il Bsw, il partito populista di sinistra di Sahra Wagenknecht, entrato con 5 seggi: dice che non voterà Siegmund, ma ammette che escludere l’AfD sarebbe un «affronto» agli elettori. Lo scenario più probabile, spiega ad Al Jazeera uno storico della George Mason University, è un governo di minoranza appoggiato dal Bsw sulle leggi chiave — o singoli deputati che passano il Rubicone. Se il cordone cade in un Land, cade il principio: è questo, non Magdeburgo, il vero bersaglio.
Dieci anni di ascesa
Perché tanta durezza da un cancelliere ai minimi storici nei consensi? Perché la diga si sta incrinando anche in casa sua. Il vicecapogruppo della Cdu al Bundestag, Sepp Müller, aveva detto prima del voto che in caso di netta vittoria l’AfD dovrebbe avere il mandato di formare il governo. E il copresidente nazionale del partito, Tino Chrupalla, ha proclamato alla televisione pubblica Ard che il «firewall» — il cordone sanitario tedesco — è stato «respinto definitivamente dagli elettori».
La marcia è stata metodica. Primo posto in Turingia nel 2024 con il 32,8 per cento; oltre il 20 alle politiche del 2025, che ne hanno fatto la prima forza d’opposizione; seggi raddoppiati quest’anno in Baden-Württemberg e Renania-Palatinato. Oggi l’AfD guida i sondaggi nazionali — con un programma che prevede stretta sull’immigrazione, ritorno ai rapporti con Mosca, taglio degli aiuti a Kiev e uscita dall’euro — mentre i servizi interni federali la classificano come «estremista di destra», bollino che il partito respinge come politico.
Eppure il tabù che ora vacilla è più antico di ogni sondaggio. Dalla fondazione della Repubblica federale, nel 1949, nessun partito alla destra della Cdu ha mai guidato un governo regionale: era il patto silenzioso su cui la Germania del dopoguerra ha costruito sé stessa. A Magdeburgo bastano 3 voti per spezzarlo.
