ROMA — Emma Bonino è morta venerdì mattina a 78 anni, in una clinica privata della capitale dove era stata trasferita il giorno prima dall’ospedale Santo Spirito, dopo l’ennesima crisi respiratoria. Lo ha annunciato +Europa, il partito che aveva fondato nel 2017 e di cui era presidente, riferisce l’Associated Press. Con lei se ne va mezzo secolo di politica italiana ed europea: non una carriera, ma un unico, ostinato disegno.

Lo dice il comunicato del suo partito meglio di qualunque necrologio: «La sua vita è stata una lunga lotta contro tutto ciò che nega la libertà: contro l’aborto clandestino, la fame nel mondo, la morsa della partitocrazia, le mutilazioni genitali femminili, la giustizia punitiva, il genocidio e ogni forma di autoritarismo».

La battaglia fondativa fu la più personale. Nata il 9 marzo 1948 a Bra, nel Cuneese, cresciuta in cascina — un’infanzia «noiosa da morire», raccontò in tv nel 2023 —, a 26 anni ricorse a un aborto clandestino. Da quella ferita nacque tutto: nel 1975 fondò con altri il centro d’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto, nel 1976 entrò alla Camera a 28 anni con il Partito radicale di Marco Pannella, l’alleato-rivale di una vita. Due anni dopo l’Italia legalizzava l’interruzione di gravidanza.

Poi gli episodi si susseguono come tessere dello stesso mosaico. Arrestata dai talebani in Afghanistan per aver fotografato delle donne. Arrestata ed espulsa dalla Polonia comunista per il sostegno a Solidarność. Fermata a New York durante una campagna per le siringhe sterili. Da commissaria europea, tra il 1995 e il 1999, con la delega agli aiuti umanitari ottenuta su indicazione dell’allora premier Silvio Berlusconi, creò Echo, l’ufficio della Commissione che ancora oggi gestisce le emergenze nel mondo, e girò l’ex Jugoslavia, il Ruanda, il Sudan. Sostenne l’intervento militare occidentale nei Balcani: una scelta che le costò la rottura con parte del mondo pacifista, e che non rinnegò mai.

Da Bruxelles alla Farnesina

Nel giugno 1999 la Lista Bonino toccò l’8,5% alle europee, quarta forza del Paese; nello stesso anno fallì la corsa al Quirinale come prima donna presidente. Fu ministra per il Commercio internazionale con Romano Prodi (2006-2008), vicepresidente del Senato, infine ministra degli Esteri nel governo di Enrico Letta (2013-2014). In tutto, sei legislature alla Camera e due al Senato, oltre alla cofondazione di Nessuno tocchi Caino, l’associazione contro la pena di morte.

Il tumore al polmone sinistro, rivelato nel 2015, l’aveva resa riconoscibile anche nell’aspetto: da allora comparve in pubblico solo con foulard colorati. Nel 2023 aveva annunciato la guarigione, ma i ricoveri erano ripresi. Nel novembre 2024, appena dimessa dall’ospedale, ricevette a casa la visita di papa Francesco — rose e cioccolatini in dono, i due fotografati in sedia a rotelle sulla terrazza romana: un’amicizia costruita sopra il dissenso totale su aborto ed eutanasia.

Il cordoglio è arrivato subito anche dal fronte opposto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto sui social che le differenze di storia e di vedute «non mi hanno mai impedito di riconoscere la sua importanza e il suo ruolo nella vita pubblica della nazione». Che a dirlo sia la leader della destra italiana misura quanto Bonino fosse diventata, semplicemente, patrimonio del Paese. A chi le chiedeva quali battaglie restassero aperte, aveva risposto così: «Molte, troppe. Diritti umani, fame nel mondo, libertà della ricerca scientifica… Dieci vite non basterebbero».