PARIGI — Lo champagne rompe un tabù vecchio quanto la sua denominazione. Per la prima volta nella storia dell’appellation, le bottiglie potranno superare il 13% di alcol, tetto abituale, e spingersi fino al 15. Lo ha annunciato mercoledì il Comité Champagne, l’organismo che riunisce vignaioli e grandi case della regione, dopo aver ottenuto dalle autorità francesi una deroga temporanea al disciplinare, riferisce l’agenzia France Presse.
È una deroga, non una rivoluzione. Riguarderà un numero ristretto di produttori: «La media dopo la vendemmia è sotto il 12%. Non tutti i vignaioli della Champagne saranno sopra quel livello», ha precisato David Chatillon, copresidente del Comité. E il consumatore dovrà pazientare: per via dell’affinamento minimo obbligatorio di 15 mesi, gli champagne più alcolici non arriveranno sugli scaffali prima del 2028.
Perché servire una deroga proprio ora? Perché il caldo ha fatto quello che nessun enologo può fermare: ha gonfiato di zuccheri i grappoli, e lo zucchero, in fermentazione, diventa alcol. La Champagne ha attraversato cinque ondate di calore, una siccità prolungata e gelate primaverili tra le più severe mai registrate.
Per capire la portata dell’eccezione bisogna tornare all’estate. I primi grappoli sono stati tagliati il 6 agosto, la raccolta si è generalizzata dal 17: la vendemmia più precoce mai registrata nella regione, con due settimane di anticipo sul 2025 — che era già stata un’annata precoce. A inizio agosto, ha raccontato il direttore tecnico del Comité, le viti «hanno guadagnato tre settimane di maturazione in una settimana».
La vendemmia più scarsa in 70 anni
Il quadro nazionale è ancora più cupo. Lunedì il ministro dell’Agricoltura francese ha indicato la vendemmia 2026 come la più scarsa degli ultimi 70 anni per la Francia, secondo produttore mondiale di vino dopo l’Italia; la Champagne è tra le zone più colpite, con una produzione fino al 50% sotto la norma. E il vino non è solo: le autorità hanno allentato in via temporanea anche le regole di produzione di alcuni formaggi, dopo che il caldo ha bruciato i pascoli.
Poca quantità, ma qualità promettente. Il Comité parla di una vendemmia «fuori dall’ordinario» che però «ha già tutti i tratti per produrre vini grandi, forse eccezionali». Una vignaiola di Tours-sur-Marne, nel cuore della Marna, ha detto al Telegraph che la deroga rende la vinificazione «più serena» e che i consumatori «probabilmente non noteranno la differenza nel gusto»: gli assemblaggi tra uve, parcelle e annate — il vero mestiere delle case di champagne — preservano l’identità di ciascuna maison.
Ma non tutti brindano. Un vignaiolo dell’Aube, Denis Velut, teme che vini più caldi e alcolici perdano il carattere «etereo, aereo e leggero» che definisce lo champagne; un sommelier indipendente prevede per il 2026 «champagne non convenzionali».
La deroga, insomma, salva l’annata; il problema del Comité è che tra dieci anni potrebbe non essere più un’eccezione. Lo ammette la presidente dei vignaioli indipendenti della regione, per cui la misura «risponde a una situazione inedita e puntuale» ma serviranno soluzioni di lungo periodo. E lo dice ancora più chiaramente il copresidente del Comité, Maxime Toubart: «questa vendemmia inusuale diventerà probabilmente la norma tra 10 o 15 anni». E deve, aggiunge, «spingere a riflettere sullo Champagne di domani». Il tetto dei 13 gradi è caduto per un anno. Il clima che lo ha fatto cadere, invece, resta.


