di Gianluca Vivacqua –
Quello tra Afghanistan e Pakistan è un conflitto cronico che si trascina a fasi alterne dal 1949, cioè in pratica dall’alba dello stato pakistano. Esso si è fieramente riacceso nel 2007, e non ha più avuto interruzioni di sorta fino a oggi. Il 21 febbraio 2026, dopo che le armi erano taciute per poco meno d due mesi, la ripresa dei combattimenti è stata fisiologica ed emblematica insieme: è venuta a cadere a tre giorni dal quarto anniversario dell’inizio della guerra in Ucraina e si è incuneata come un’insidiosa infezione appendicolare in un quadro mittelasiatico già abbastanza infiammato dalla nuova guerra israelo-palestinese iniziata nel 2023 e destinato ad aggravarsi ulteriormente con l’attacco Usa all’Iran del 28 febbraio e quello israeliano al Libano del 2 marzo. Le ostilità tra Kabul e Islamabad rappresentano il fronte più meridionale nello scacchiere mediorientale della cosiddetta terza guerra mondiale a pezzi? Abbiamo chiesto l’opinione del pakistanista Filippo Boni, docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Studi Internazionali della Open University di Milton Keynes (Regno Unito).
– Professore, Afghanistan-Pakistan: cosa non sappiamo di un fronte di guerra forse troppo sottovalutato?
“Ci sono almeno due aspetti importanti che spesso vengono sottovalutati quando si parla dei rapporti tra Afghanistan e Pakistan.
Il primo riguarda l’evoluzione dei rapporti tra il Pakistan e i Talebani afghani. Dopo il ritiro statunitense dall’Afghanistan, l’allora primo ministro pakistano Imran Khan dichiarò che gli afghani si erano finalmente liberati “dalle catene della schiavitù”, una posizione che rifletteva inizialmente un atteggiamento favorevole di Islamabad nei confronti del nuovo assetto politico di Kabul. Tuttavia, negli anni successivi, i rapporti tra Pakistan e Talebani si sono progressivamente complicati, soprattutto in termini di sicurezza e gestione del Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), una fazione dei Talebani che ha come obiettivo quello di colpire obiettivi all’interno del Pakistan.
Il secondo elemento riguarda la crisi umanitaria e la questione dei rifugiati. Secondo dati UNHCR, 738,000 Afghani sono tornati nel Paese nei primi 5 mesi del 2026, la maggior parte da Iran e Pakistan, aumentando ulteriormente la pressione su un Paese che già versa in condizioni economiche, sociali e umanitarie estremamente fragili”.
– Si può pensare nel lungo periodo al coinvolgimento di una grande potenza nel conflitto? Mi vengono in mente in primis due colossi “regionali”, India e Cina.
“La Cina, di fatto, ha già assunto un ruolo da protagonista attraverso la mediazione tra Islamabad e Kabul, che ha portato ai colloqui di Urumqi di Aprile 2026 e a un cessate il fuoco che, almeno per il momento, sta reggendo, a differenza dei precedenti tentativi di mediazione portati avanti da Qatar e Turchia, che non avevano però prodotto risultati altrettanto duraturi.
Si possono individuare tre principali chiavi di lettura dietro l’attivismo cinese: in primo luogo, la volontà di proteggere i propri interessi economici e gli investimenti in Pakistan, in particolare nell’ambito del China-Pakistan Economic Corridor; in secondo luogo, la necessità di stabilizzare la frontiera occidentale, confinante con lo Xinjiang, impedendo a gruppi ostili a Pechino di organizzarsi o trovare rifugio in Afghanistan; infine, la mediazione rappresenta un obiettivo di prestigio internazionale, volto a dimostrare la capacità della Cina di proporsi come mediatore efficace in un conflitto che coinvolge due paesi partner.
L’India è rimasta più defilata in Afghanistan, sebbene abbia cercato di avvicinarsi ai Talebani, segnando così un cambiamento significativo nella propria politica estera. Storicamente, l’India ha sempre guardato con diffidenza e ostilità ai Talebani, sia per l’ideologia estremista del gruppo, sia per i suoi consolidati legami con il Pakistan. Inoltre, durante la guerra civile afghana (1996-2001), l’India sostenne l’Northern Alliance, la coalizione che combatteva contro i Taliban. Successivamente, dopo l’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001, Nuova Delhi divenne uno dei partner più vicini al governo afghano sostenuto dall’Occidente.
I motivi del riavvicinamento tra India ed i Talibani sono numerosi. Da parte indiana, c’è il tentativo impedire che l’Afghanistan torni a diventare un centro di riferimento per gruppi militanti e organizzazioni terroristiche in grado di minacciare la sicurezza dell’India. Dal canto loro, i Talebani vedono l’apertura verso l’India come un’opportunità per ridurre il proprio isolamento diplomatico, rafforzare la propria legittimità internazionale e riportare l’India al centro dello sviluppo economico afghano, cercando di rilanciare Nuova Delhi come partner strategico per la ricostruzione del Paese”.
– Lei pensa che Cina e Russia siano in concorrenza nel ruolo di superpotenze arbitre dei destini dell’Asia centro-orientale?
“Si può certamente leggere il rapporto tra Cina e Russia anche in termini di competizione per gli equilibri dell’Asia centrale, sebbene entrambi i Paesi condividano alcuni interessi strategici comuni.
La Russia è stata il primo, e finora unico, Paese al mondo ad aver riconosciuto ufficialmente i Talebani come governo legittimo di Kabul. La Cina, dal canto suo, è tra i Paesi che hanno consentito l’accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, pur senza procedere a un riconoscimento formale del governo afghano.
Entrambe le potenze hanno un interesse prioritario nel prevenire che l’Afghanistan si trasformi in un terreno fertile per gruppi estremisti: nel caso della Russia, per evitare ricadute destabilizzanti sull’Asia Centrale; nel caso della Cina, per impedire infiltrazioni o reti ostili nella regione dello Xinjiang.
Le priorità di Mosca e Pechino restano tuttavia differenti: Mosca continua a privilegiare soprattutto la dimensione securitaria, mentre Pechino si concentra maggiormente sugli investimenti economici e sulle infrastrutture, anche se questa distinzione sta progressivamente evolvendo”.












