Francia. La fine di Bayrou e il tramonto del macronismo

di Giuseppe Gagliano –

François Bayrou ha tentato l’ultima carta, chiedendo la fiducia sull’austerità. Ma l’Assemblea Nazionale lo ha travolto: 364 voti contrari contro 194 favorevoli. Il MoDem, Renaissance e una parte dei Républicains non sono bastati. Dall’altra parte, tutte le opposizioni – dalla sinistra di Mélenchon e dei Verdi al Rassemblement National – hanno votato unite. Un patto trasversale che ha rovesciato il quarto governo in tre anni e che segna, probabilmente, il capolinea di una carriera politica iniziata decenni fa e approdata tardi a Matignon.
Il piano di austerità da 44 miliardi di euro, cuore dell’agenda di Bayrou, prevedeva tagli su spesa sociale, pensioni e trasferimenti, salvando solo il comparto difesa. Una scelta coraggiosa, che però ha toccato nervi scoperti in una Francia già provata dal debito e da tensioni sociali profonde. Bayrou ha difeso la sua linea parlando di “emorragia silenziosa” che impoverisce il Paese, denunciando la frattura generazionale e il senso di sacrificio che pesa sui giovani. Ma i suoi avversari hanno colto il momento per colpire al cuore l’intero edificio politico macronista.
Per molti, Bayrou non è il vero responsabile. Le critiche, durissime, si sono abbattute su Emmanuel Macron. Eric Ciotti, dalla destra, ha detto chiaramente che “questo dibattito non riguarda più Bayrou, ma l’opera di Macron”. Cyrielle Chatelain, capogruppo ecologista e socialista, ha parlato di “sollievo” e di un presidente dal bilancio “desolante”.
Non è un dettaglio da poco: Macron è all’Eliseo dal 2017, e in otto anni ha consumato sei primi ministri. Philippe, Castex, Borne, Attal, Barnier, ora Bayrou: una sequenza di governi fragili, sfiduciati o logorati, che riflettono la crisi strutturale della Quinta Repubblica. La Francia appare ingovernabile, il quadro politico frammentato, l’opposizione sempre più radicalizzata.
Macron ora ha tre opzioni, tutte difficili: nominare un nuovo premier e tentare di guadagnare tempo; sciogliere l’Assemblea e tornare alle urne, con il rischio di consegnare il Paese all’opposizione; o tentare entrambe le strade, facendo della nuova nomina il preludio a un voto anticipato. Qualunque scelta farà, il tempo è contro di lui: il 2027 si avvicina e la sua eredità politica appare sempre più appannata.
Il macronismo, nato come promessa di riforma e di modernizzazione, si ritrova impantanato in una crisi sociale, economica e politica. I francesi percepiscono l’austerità come un attacco ai più deboli, mentre il debito continua a crescere e la sfiducia nelle istituzioni aumenta. L’immagine di un Paese in “Vietnam politico” non è solo una metafora: riflette il logoramento quotidiano di un sistema che non riesce più a produrre stabilità.
La caduta di Bayrou non è solo l’epilogo di un governo fragile. È il segnale che la Francia è entrata in una fase di precarietà permanente, in cui ogni esecutivo nasce già sotto minaccia, ogni riforma diventa battaglia, ogni scelta rischia di trasformarsi in boomerang. È la parabola di un presidente che, dopo otto anni, vede restringersi sempre più lo spazio politico, mentre gli avversari, da Marine Le Pen a Mélenchon, si preparano a raccogliere il testimone.
Il tramonto del macronismo non sarà un atto improvviso, ma un lento logoramento. E la sconfitta di Bayrou ne rappresenta l’ennesima, forse decisiva, tappa.