A Gaza, vista la tragica situazione, comprare ciò che dovrebbe essere normale è diventato un affare da mercato nero. Un’inchiesta dell’Associated Press, basata su atti giudiziari israeliani e su interviste a commercianti, camionisti, funzionari e residenti, ha ricostruito una rete clandestina che riesce a far entrare nella Striscia sigarette, carburante, telefoni, pannelli solari, ricambi, anestetici, farmaci e altri beni sottoposti a restrizioni o molte volte bloccati, anche dallo stesso Israele. Soldati israeliani e altri intermediari sono accusati di aver intascato milioni di dollari dal cosiddetto “mercato nero di Gaza”. Hamas, dal canto suo, non ne sta fuori e pretende la sua quota: fino al 20% se la merce viene dichiarata, fino all’80% se viene scoperta senza essere stata denunciata. Il risultato di tutto ciò? Un’economia paradossale. Ciò che non riesce a entrare direttamente dai canali ufficiali arriva comunque, ma passa di mano in mano e arriva a prezzi moltiplicati. Il contrabbando, per molti commercianti, viene ormai visto come “normalità”, vista la situazione all’interno della Striscia, ma l’aspetto fondamentale è che esso costituisce ormai più della metà dell’attività e oltre il 70% dei profitti. “L’occupazione non ci ha lasciato altra opzione. Il contrabbando è diventato la routine”, ha detto all’AP uno dei trafficanti, spiegando che parte dei militari israeliani è disposta ad aiutare. A pagamento.
I numeri dicono il resto. Una batteria per automobile può superare i 2.300 dollari, contro i circa 140 del periodo precedente al conflitto. I pannelli solari sono arrivati a 3,25 dollari per watt, contro i 16 centesimi. Le sigarette, escluse dall’ingresso a Gaza dall’inizio del conflitto perché considerate un “bene di lusso”, sono state vendute fino a 1.000 dollari a pacchetto durante il blocco totale e intorno ai 140 dollari in seguito. A essere scambiati sono anche farmaci, anestetici, carburante, ricambi e apparecchiature indispensabili per tenere in vita gli ospedali e le infrastrutture.
Il conto più pesante resta indubbiamente quello umano. Il ministero della Salute di Gaza indicava, al 15 settembre, 73.789 morti e 174.798 feriti dall’inizio del conflitto. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 risultavano inoltre 1.375 morti e 4.686 feriti. Sono dati dell’autorità sanitaria di Gaza, che non distinguono tra civili e combattenti. Restano, comunque, la misura della devastazione. Per chi è sopravvissuto, la guerra può continuare dentro un ospedale. L’Onu ha più volte denunciato carenze persistenti di forniture mediche che compromettono la cura delle malattie infettive e croniche. Dal primo marzo, secondo OCHA, sono stati autorizzati appena 13.445 litri di olio per motori, mentre altri 92.778 litri erano ancora in attesa di approvazione. Di questi, 22.722 erano destinati a servizi sanitari. Quell’olio serve a far funzionare i generatori che alimentano ospedali, banche del sangue, pozzi e impianti di desalinizzazione.
Reuters ha documentato la situazione dell’ospedale Nasser, a Khan Younis: i generatori vengono fatti lavorare oltre gli intervalli di manutenzione e l’elettricità viene razionata tra gli edifici. Per i pazienti che dipendono da ventilatori e altre apparecchiature, la scarsità di energia e di ricambi è un rischio concreto per la continuità delle cure.
Il mercato nero, a questo punto, non è la storia di qualche contrabbandiere che fa fortuna sulla guerra, ma rappresenta il volto economico della devastazione. Quando medicine, carburante, ricambi ed energia diventano merci rare e costosissime, la povertà non è più una conseguenza del conflitto. Diventa il suo meccanismo quotidiano.
I numeri dicono il resto. Una batteria per automobile può superare i 2.300 dollari, contro i circa 140 del periodo precedente al conflitto. I pannelli solari sono arrivati a 3,25 dollari per watt, contro i 16 centesimi. Le sigarette, escluse dall’ingresso a Gaza dall’inizio del conflitto perché considerate un “bene di lusso”, sono state vendute fino a 1.000 dollari a pacchetto durante il blocco totale e intorno ai 140 dollari in seguito. A essere scambiati sono anche farmaci, anestetici, carburante, ricambi e apparecchiature indispensabili per tenere in vita gli ospedali e le infrastrutture.
Il conto più pesante resta indubbiamente quello umano. Il ministero della Salute di Gaza indicava, al 15 settembre, 73.789 morti e 174.798 feriti dall’inizio del conflitto. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 risultavano inoltre 1.375 morti e 4.686 feriti. Sono dati dell’autorità sanitaria di Gaza, che non distinguono tra civili e combattenti. Restano, comunque, la misura della devastazione. Per chi è sopravvissuto, la guerra può continuare dentro un ospedale. L’Onu ha più volte denunciato carenze persistenti di forniture mediche che compromettono la cura delle malattie infettive e croniche. Dal primo marzo, secondo OCHA, sono stati autorizzati appena 13.445 litri di olio per motori, mentre altri 92.778 litri erano ancora in attesa di approvazione. Di questi, 22.722 erano destinati a servizi sanitari. Quell’olio serve a far funzionare i generatori che alimentano ospedali, banche del sangue, pozzi e impianti di desalinizzazione.
Reuters ha documentato la situazione dell’ospedale Nasser, a Khan Younis: i generatori vengono fatti lavorare oltre gli intervalli di manutenzione e l’elettricità viene razionata tra gli edifici. Per i pazienti che dipendono da ventilatori e altre apparecchiature, la scarsità di energia e di ricambi è un rischio concreto per la continuità delle cure.
Il mercato nero, a questo punto, non è la storia di qualche contrabbandiere che fa fortuna sulla guerra, ma rappresenta il volto economico della devastazione. Quando medicine, carburante, ricambi ed energia diventano merci rare e costosissime, la povertà non è più una conseguenza del conflitto. Diventa il suo meccanismo quotidiano.




