Le forze governative yemenite sostenute dall’Arabia Saudita hanno intensificato le operazioni contro gli Houthi, mentre l’aviazione saudita ha ripreso i bombardamenti nelle province di Taiz, Marib e Hodeidah. Ansar Allah ha risposto sostenendo di aver colpito la base aerea saudita di Khamis Mushait e installazioni petrolifere nell’area di Yanbu.

Gli Houthi hanno inoltre rivendicato l’abbattimento di almeno un caccia F 15 saudita sopra Marib. Riad non ha ancora fornito una ricostruzione pubblica completa dell’episodio, mentre fonti citate dal Wall Street Journal avrebbero confermato la perdita di un velivolo.

L’eventuale capacità degli Houthi di minacciare con maggiore efficacia i caccia sauditi potrebbe incidere sulle operazioni di Riad, la cui superiorità militare nello Yemen si è basata soprattutto sull’aviazione. Una maggiore minaccia antiaerea costringerebbe i velivoli sauditi a operare da quote e distanze più elevate, aumentando la necessità di munizioni guidate e limitandone la libertà operativa.

Un altro problema riguarda la difesa dalle offensive con missili e droni. L’Arabia Saudita deve proteggere contemporaneamente città, aeroporti, basi militari, raffinerie, terminal petroliferi, oleodotti e infrastrutture portuali, mentre gli Houthi possono impiegare sistemi relativamente economici costringendo Riad a utilizzare intercettori più costosi. Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, l’Arabia Saudita avrebbe chiesto assistenza per rafforzare la propria difesa aerea a diversi partner.

Particolarmente sensibile resta la sicurezza di Yanbu e dell’oleodotto Est Ovest, infrastrutture attraverso le quali Riad può trasferire il greggio verso il Mar Rosso riducendo la dipendenza dallo stretto di Hormuz. La possibilità che anche questo corridoio venga minacciato aumenta la rilevanza internazionale della crisi.

Parallelamente alle operazioni militari, funzionari statunitensi hanno incontrato rappresentanti Houthi in Oman. Secondo Reuters, il colloquio è stato facilitato dalle autorità omanite e Ansar Allah avrebbe assicurato di non voler colpire le navi statunitensi e di voler rispettare la tregua raggiunta con Washington nel 2025.

Gli Stati Uniti continuano a sostenere l’Arabia Saudita, ma cercano allo stesso tempo di evitare un coinvolgimento diretto in un nuovo fronte yemenita. Washington potrebbe quindi continuare a fornire intelligence, sorveglianza e assistenza tecnica a Riad senza impegnare direttamente le proprie forze contro Ansar Allah.

La situazione assume ulteriore importanza per il controllo delle rotte marittime. Gli Houthi hanno consolidato le proprie posizioni lungo la costa del Mar Rosso e nell’area dello stretto di Bab el Mandeb, passaggio fondamentale tra Oceano Indiano, Mar Rosso, canale di Suez e Mediterraneo. Anche senza bloccare completamente lo stretto, la capacità di minacciare il traffico navale può determinare un aumento dei premi assicurativi, deviazioni delle rotte e maggiori costi di trasporto.

La crisi coinvolge anche la Cina. Secondo Reuters, Pechino avrebbe sollecitato privatamente l’Iran a contribuire al contenimento degli Houthi dopo una richiesta saudita. La sicurezza di Hormuz e Bab el Mandeb riveste particolare importanza per la Cina, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche provenienti dal Medio Oriente.

Riad sta intanto ampliando la propria rete di interlocutori, cercando cooperazione con Pakistan, Egitto, Turchia, Francia e Regno Unito, mantenendo contemporaneamente i rapporti con Washington e i canali diplomatici con Pechino e Teheran.

La nuova escalation yemenita assume così una dimensione che supera il conflitto interno. Per l’Arabia Saudita riguarda la sicurezza delle infrastrutture energetiche e la capacità di contenere gli Houthi; per gli Stati Uniti la possibilità di mantenere il proprio ruolo nel Golfo senza aprire un nuovo fronte militare; per Cina e Iran la tutela e il controllo delle principali rotte energetiche del Medio Oriente.