HONG KONG — Dow Jones, l’editore del Wall Street Journal, ha «deliberatamente impedito» a una sua reporter di esercitare un diritto garantito dalle leggi di Hong Kong: diventare presidente del sindacato dei giornalisti. Lo ha stabilito giovedì il magistrato capo del tribunale distrettuale Est della città, David Cheung Chi-wai, riconoscendo colpevole il gruppo americano in un caso che da due anni allarma la stampa straniera in Asia, riferisce l’Associated Press.
La reporter è Selina Cheng, che dal Journal seguiva il settore dell’auto cinese e nel giugno 2024 fu eletta alla presidenza della Hong Kong Journalists Association, la principale organizzazione di categoria della città. L’azienda — ha ricostruito il giudice — le impose di chiedere un permesso per candidarsi, permesso che sarebbe stato comunque negato, e la avvertì che non sarebbe rimasta alle sue dipendenze se avesse assunto l’incarico. L’elezione, ha osservato il magistrato, non si teneva nemmeno in orario di lavoro.
Ma sul secondo capo d’accusa Dow Jones è stata assolta. Cheng, licenziata nel luglio 2024, un mese dopo l’elezione, sosteneva che l’allontanamento fosse la ritorsione per il suo ruolo sindacale. La difesa ha opposto una ristrutturazione aziendale, e il giudice ha concluso che l’ipotesi di un esubero genuino non poteva essere esclusa oltre ogni ragionevole dubbio.
Mezza condanna, dunque. Eppure basta a fare storia: secondo il Guardian è la prima volta che un grande gruppo editoriale internazionale viene condannato a Hong Kong per una condotta del genere. E rovescia il copione consueto — nell’ex colonia britannica le testate straniere hanno tradizionalmente subito meno pressioni di quelle locali —: qui a finire alla sbarra non è stato il potere, ma un editore americano accusato di eccesso di prudenza verso quel potere.
L’ordine da New York
Perché il Journal non voleva una sua reporter alla guida del sindacato? Cheng ha raccontato in aula che il suo supervisore le disse di doverne discutere con il management di New York e con i legali interni, e che l’incarico era incompatibile con il suo impiego. Un dirigente aggiunse che i dipendenti del giornale non dovevano apparire come sostenitori della libertà di stampa «in un posto come Hong Kong», per un potenziale conflitto di interessi. Lei rifiutò di recidere i legami con l’associazione e perse il posto. Avviò allora una private prosecution, l’azione penale privata che il diritto di matrice britannica della città consente ai singoli cittadini.
Dopo il verdetto Dow Jones ha fatto sapere di «dissentire rispettosamente» dalla decisione e di stare valutando i prossimi passi, rivendicando per il Journal una «lunga e fiera storia» come datore di lavoro a Hong Kong, nel rispetto delle sue leggi sul lavoro. Cheng, ai cronisti fuori dall’aula, ha risposto con una frase secca: «Il diritto di lavorare senza preoccupazioni, senza stress, senza rischi è il fondamento della libertà di stampa di Hong Kong, più di qualsiasi altra cosa».
La pena — una multa fino a 100.000 dollari di Hong Kong, circa 12.750 dollari americani — sarà fissata in una data successiva: spiccioli, per un colosso dell’informazione. Il numero che pesa è un altro. Dal 2020, con la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino, i giornali critici Apple Daily e Stand News sono stati chiusi e il fondatore del primo, Jimmy Lai, 78 anni, è stato condannato a febbraio a 20 anni di carcere. Nell’indice mondiale della libertà di stampa di Reporters sans frontières la città è oggi 140esima su 180: nel 2002 era al 18esimo posto.

