CHIȘINĂU — Un drone russo precipitato ed esploso in un campo di girasoli è bastato, mercoledì, a chiudere per circa un’ora lo spazio aereo della Moldavia e a trattenere a terra l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, diretto a Oslo per i funerali di re Harald V di Norvegia. Il decollo è stato autorizzato solo quando le autorità hanno accertato che l’ordigno era caduto sul territorio nazionale senza colpire nessuno, riferisce Reuters.

Il drone è finito alla periferia di un villaggio del distretto di Rîșcani, nel nord del Paese, non lontano dal confine con la Romania e a circa 160 chilometri dalla capitale. La polizia moldava parla di 4 incendi divampati tra le coltivazioni e di nessun ferito. La chiusura dei cieli, decisa «per proteggere gli aerei in sopravvolo», ha ritardato 3 partenze, compresa quella del presidente ucraino.

A rivelare il contrattempo non è stata Chișinău, ma la prima ministra norvegese, che attendeva Zelensky alla cerimonia funebre — un dettaglio che dice molto sulla prudenza del governo moldavo in queste ore —, come racconta il Washington Post. Il presidente ucraino è poi arrivato a Oslo e compare tra i capi di Stato presenti alle esequie del sovrano.

Perché fermare tutto per un solo drone? Perché la Moldavia non dispone di una vera difesa aerea: quando qualcosa di ostile attraversa i suoi cieli, l’unica protezione possibile è svuotarli. Ed è questa la partita vera che l’episodio racconta: un Paese che non è in guerra, ma che della guerra del vicino subisce le ricadute senza avere gli strumenti per schermarsene.

Trent’anni sulla faglia

Per capire bisogna tornare indietro. Dall’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, il territorio moldavo è stato raggiunto più volte da ciò che la guerra lascia cadere ai margini: missili che ne hanno attraversato lo spazio aereo diretti verso obiettivi ucraini, rottami di droni finiti nei campi delle regioni di confine. Ogni volta Chișinău ha protestato con Mosca, ogni volta è rimasta spettatrice di un conflitto che le passa letteralmente sopra la testa.

La Moldavia, ex repubblica sovietica di 2,5 milioni di abitanti stretta tra Ucraina e Romania, è dal 2022 candidata all’ingresso nell’Unione Europea e ha un governo dichiaratamente filoeuropeo. Ma porta ancora addosso l’eredità dell’impero: in Transnistria, la striscia separatista lungo il fiume Dnestr, stazionano da più di trent’anni soldati russi, residuo della breve guerra del 1992 mai formalmente chiusa.

Fu proprio all’indomani di quel conflitto che il Paese scrisse nella Costituzione del 1994 la propria «neutralità permanente». Era la scommessa di una piccola repubblica appena uscita dall’Unione Sovietica: dichiararsi fuori da ogni blocco, nella convinzione che bastasse metterlo per iscritto per tenere la guerra lontana. Mercoledì, in un campo di girasoli di Rîșcani, quella pagina è sembrata più fragile che mai.