BANJUL — Adama Barrow sa che cosa vale una promessa. Presidente del Gambia dal gennaio 2017, è l’uomo che chiuse alle urne i ventidue anni di regime di Yahya Jammeh, quando mezza Africa occidentale dovette convincere il vecchio autocrate a lasciare il palazzo. Nove anni dopo, rieletto nel dicembre 2021, Barrow si trova a doverne fare una molto più elementare: ridare la luce al suo Paese. Davanti a una popolazione esasperata dai blackout a rotazione, ha annunciato nuove infrastrutture elettriche, a cominciare da una centrale da 24 megawatt.
La crisi, intanto, è esplosa in strada. Migliaia di persone sono scese in piazza contro i razionamenti della corrente e gli scontri con la polizia sono degenerati in violenza, riferisce l’emittente qatariota Al Jazeera. I distacchi programmati — il «load shedding», la corrente distribuita a turni fra i quartieri — stanno paralizzando il Paese e strangolando le attività economiche: botteghe, officine e mercati che senza elettricità semplicemente si fermano.
Per capire la misura del problema serve la misura del Paese. Il Gambia è il più piccolo Stato dell’Africa continentale: poco più di 2 milioni e mezzo di abitanti su una striscia di terra incastonata nel Senegal, lungo il fiume che gli dà il nome. La capitale è Banjul, ma il cuore urbano — e il cuore della protesta contro il buio — è l’area di Serekunda, il grande agglomerato dove si concentra la vita commerciale.
Il nodo ha un nome: Nawec, la municipalizzata nazionale che detiene il monopolio di elettricità e acqua. È cronicamente indebitata e genera quasi tutta la sua corrente bruciando gasolio importato: quando i soldi per il carburante mancano, le turbine si spengono e i quartieri restano al buio. Non è un incidente. È un meccanismo che si ripete da anni.
La centrale promessa
Bastano 24 megawatt a cambiare le cose? Per un Paese così piccolo non è una cifra simbolica, e sommata alle altre infrastrutture promesse da Barrow potrebbe alleggerire i razionamenti. Ma il problema sta a monte: finché la generazione dipenderà dal gasolio comprato all’estero e da una società che accumula debiti, ogni nuova centrale rischia di girare a mezzo regime come le vecchie.
La partita, per il presidente, non è solo energetica. Barrow è arrivato al potere promettendo la normalità dopo Jammeh — elezioni vere, istituzioni che funzionano, un Paese prevedibile — e la corrente che va e viene è la smentita quotidiana di quella promessa, la più visibile che ci sia: si misura ogni sera, casa per casa. Le piazze piene e gli scontri con la polizia dicono che i gambiani hanno cominciato a presentargli il conto.
Eppure il margine per rispondere esiste. Il Gambia vive di commercio, rimesse e turismo — le spiagge sull’Atlantico attirano da decenni i charter europei — e tutte e tre le voci hanno bisogno di elettricità stabile: un albergo che va a generatori è un albergo che perde soldi, un frigorifero spento è merce buttata. Ogni ora di blackout è un pezzo di economia che se ne va.
Resta aperto il nodo di fondo: la centrale annunciata è una promessa con i tempi lunghi delle infrastrutture, mentre il buio ha i tempi corti della rabbia. Fra i due, per ora, corre la distanza che i manifestanti hanno colmato scendendo in strada.

