di Giuseppe Gagliano –
L’Iraq ha finalmente un nuovo governo dopo mesi di stallo politico, ma la fiducia concessa dal Parlamento al premier Ali al-Zaidi non risolve le profonde fragilità del Paese. Restano infatti vacanti ministeri chiave come Difesa e Interni, segnale delle tensioni ancora aperte tra partiti, milizie e potenze straniere che continuano a influenzare la politica di Baghdad.
Al-Zaidi, quarantenne con formazione giuridica e finanziaria e senza un forte passato nei grandi apparati politici iracheni, è stato scelto come figura di compromesso tra le principali fazioni sciite. Proprio il suo profilo tecnico e poco divisivo ha favorito l’accordo, ma rende anche il nuovo premier particolarmente esposto alle pressioni interne ed esterne.
La nascita del governo è avvenuta sotto il peso diretto dello scontro tra Stati Uniti e Iran. Washington ha ostacolato il ritorno dell’ex premier Nouri al-Maliki, ritenuto troppo vicino a Teheran, mentre l’Iran ha intensificato i contatti con le forze sciite irachene per preservare la propria influenza nel Paese. Il risultato è un esecutivo che nasce formalmente sovrano ma costretto a muoversi dentro un equilibrio regionale estremamente fragile.
La crisi economica rappresenta una delle minacce più immediate per il nuovo governo. Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno colpito duramente le esportazioni petrolifere irachene, riducendo drasticamente le entrate dello Stato. Baghdad dipende quasi interamente dal greggio e il rallentamento delle esportazioni mette a rischio stipendi pubblici, investimenti e servizi essenziali.
Al-Zaidi ha promesso uno Stato più stabile e un’economia più produttiva, ma senza la normalizzazione delle rotte energetiche e senza nuove entrate fiscali il governo rischia di trasformarsi in un’amministrazione di emergenza permanente. La dipendenza dal petrolio continua infatti a rendere l’Iraq vulnerabile agli equilibri geopolitici regionali.
Altro nodo centrale è quello delle milizie sciite filo-iraniane. Gli Stati Uniti chiedono misure concrete per limitarne il potere dopo gli attacchi contro obiettivi americani nella regione, mentre Teheran considera questi gruppi parte fondamentale della propria strategia di sicurezza. Il nuovo premier dovrà quindi cercare un equilibrio difficile: ridurre il peso delle milizie senza provocare una crisi interna o uno scontro diretto con l’Iran.
In questo contesto assume un ruolo decisivo il Grande Ayatollah Ali al-Sistani, la più alta autorità religiosa sciita irachena. Un eventuale sostegno di Al-Sistani a un processo di integrazione o disarmo delle milizie potrebbe offrire al governo una legittimazione fondamentale. Senza l’appoggio religioso di Najaf, ogni iniziativa rischierebbe invece di essere percepita come una pressione imposta dagli Stati Uniti.
Il nuovo esecutivo dovrà inoltre gestire rapporti delicati con i curdi, affrontare il rischio di tensioni sociali e impedire che l’Iraq torni a essere il principale terreno di scontro tra Washington e Teheran.
La vicenda del governo al-Zaidi riflette le contraddizioni del Medio Oriente contemporaneo: Stati formalmente indipendenti ma condizionati da potenze esterne, enormi risorse energetiche accompagnate da forte instabilità economica e governi civili costretti a convivere con milizie armate e influenze regionali.
Per ora Baghdad ha ottenuto un governo. Ma la vera sfida sarà trasformare questo fragile compromesso politico in una reale capacità di controllo dello Stato, dell’economia e della sicurezza nazionale.












