GINEVRA — La scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, cittadina del sud dell’Iran affacciata sullo stretto di Hormuz, era «chiaramente identificabile» come scuola. Nessuna prova di un uso militare. Eppure, scrivono gli investigatori dell’Onu, «l’edificio della scuola era il punto d’impatto voluto» dei missili Tomahawk americani che il 28 febbraio la rasero al suolo con dentro i suoi alunni. Non un errore, non un danno collaterale del vicino complesso dei Pasdaran: un bersaglio.
È la conclusione più pesante del rapporto pubblicato giovedì mattina dalla missione d’inchiesta indipendente sull’Iran, l’organismo di esperti creato nel 2022 dal Consiglio Onu per i diritti umani e presieduto dalla giurista bangladese Sara Hossain: ci sono «fondati motivi» per ritenere che gli Stati Uniti abbiano commesso crimini di guerra in due attacchi del 28 febbraio 2026, il primo giorno della guerra lanciata insieme a Israele contro l’Iran, riferisce l’Associated Press. Il rapporto non è vincolante e sarà presentato lunedì al Consiglio, che riunisce 47 Stati.
A Minab, secondo le autorità iraniane, i morti furono oltre 150, di cui circa 120 bambini; i media di Stato di Teheran parlano di quasi 170 vittime, in gran parte scolari tra i 7 e i 12 anni. Gli americani agirono sulla base di un’informazione d’intelligence — mai verificata — secondo cui nell’edificio si trovava un alto comandante iraniano. Per la missione si andò «oltre la mera negligenza»: Washington diresse i missili sulla scuola «consapevole del rischio concreto di colpire un obiettivo civile», agendo con avventatezza.
Il secondo episodio è Lamerd, nella provincia meridionale di Fars: missili di precisione PrSM della Lockheed Martin, caricati a pallini di tungsteno, su un centro sportivo e un’area residenziale «chiaramente identificabili». Ventidue civili uccisi, tra cui quattro scolari e una bambina di due anni che giocava davanti a casa. Il comando Usa per il Medio Oriente ha sempre negato di aver colpito Lamerd quel giorno. In tutto, nei due raid, almeno 178 civili morti.
Ma il paradosso ha un secondo piano. A giugno il presidente Donald Trump aveva assicurato che «nessuno» aveva colpito di proposito una scuola in Iran, arrivando ad attribuire il raid agli stessi iraniani — un video di sette secondi diffuso dai media di Stato di Teheran lo smentì. E già a marzo un’indagine militare interna, rivelata da Reuters, indicava le forze americane come «probabili» responsabili di Minab. Il Pentagono ha elevato l’inchiesta di grado, senza pubblicare nulla. Il Dipartimento di Stato, interpellato giovedì, non ha risposto.
Le accuse a Teheran
Il rapporto non risparmia il regime. Le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso manifestanti su «scala sbalorditiva» nella repressione delle proteste esplose a fine dicembre: fucili d’assalto sulla folla, torture, operatori sanitari arrestati, detenuti senza avvocato. Le esecuzioni sono impennate e oltre 70 persone — tra cui 5 donne e 3 minori — rischiano la forca in tempi brevi. La sintesi degli esperti è spietata: i civili iraniani sono stretti tra i crimini contro l’umanità del proprio governo e la guerra con Usa e Israele.
La missione ha lavorato con 73 interviste dentro e fuori dal Paese, immagini satellitari e video, tra blackout di internet e il muro dei due governi: una trentina di richieste all’Iran senza risposta, quelle inviate a Washington da giugno mai evase. La raccomandazione: fermare le violazioni e «piena riparazione alle vittime».
Intanto Trump rivendica contatti diretti con Teheran e dice che la guerra — aperta il 28 febbraio dai raid che uccisero anche la guida suprema Ali Khamenei — è «si spera verso la fine». Il rapporto di Ginevra non lo obbliga a nulla. Ma mette nero su bianco, per la prima volta con il timbro dell’Onu, che quella scuola non fu un incidente.




