DAMASCO — Il governo siriano ha alzato del 40 per cento il prezzo dei carburanti. La risposta è arrivata dalla strada: manifestazioni spontanee in tutto il Paese, riferisce Le Monde. Per le nuove autorità di Damasco è il primo grande banco di prova sociale dalla caduta di Bashar al-Assad.

Ma sarebbe un errore leggere queste proteste come una semplice rivolta contro il caro-benzina. «In fondo la gente aspettava solo un pretesto per esprimere la propria rabbia», ha raccontato al quotidiano francese un testimone. Il rincaro è la scintilla; il combustibile è l’esasperazione di una popolazione stremata da quindici anni di guerra, dalle sanzioni e da una moneta ridotta a una frazione del suo valore.

Perché proprio i carburanti? Perché in un Paese dove l’elettricità di rete arriva poche ore al giorno e il resto lo fanno i generatori a gasolio, il prezzo del carburante non è una voce di bilancio tra le altre: è il moltiplicatore di tutto — il pane, i trasporti, la luce nelle case. Il carburante calmierato era uno degli ultimi ammortizzatori sociali rimasti in piedi. Toccarlo significa toccare tutti, e nello stesso giorno.

Per capire la posta in gioco bisogna tornare indietro. Nel dicembre 2024 la fuga di Assad a Mosca chiuse mezzo secolo di dominio della sua famiglia; al suo posto si insediarono le forze guidate da Ahmed al-Sharaa, l’ex capo ribelle diventato presidente della transizione. La promessa era doppia: ricostruzione e riconciliazione. L’allentamento delle sanzioni occidentali ha riaperto qualche canale, ma la ripresa non è mai arrivata nelle tasche dei siriani — e un governo a corto di cassa ha scelto di far pagare il conto alla pompa di benzina.

Le prime condanne per la costa

Intanto, sull’altro fronte che misura la credibilità della nuova Siria, un tribunale ha emesso le prime condanne per le violenze della costa: due pene di morte e vent’anni di carcere a un ex membro delle forze governative. È il primo verdetto per i massacri del marzo 2025 nelle province di Latakia e Tartus — la roccaforte della comunità alauita, quella del clan Assad — quando uomini legati alle forze del nuovo potere uccisero civili a centinaia, secondo le organizzazioni per i diritti umani. Damasco aveva promesso giustizia attraverso una commissione d’inchiesta; queste sentenze sono la prima prova che qualcosa si muove.

I due dossier, in fondo, misurano la stessa cosa: se chi ha vinto la guerra sa governare la pace. Sul primo fronte la risposta della piazza è già arrivata, e non è quella che il governo sperava. Sul secondo, due condanne non bastano a chiudere il capitolo più buio della transizione.

Il rincaro, per ora, resta in vigore. E la rabbia che ha riempito le strade non ha ancora trovato né un indirizzo né un leader — il che, per un potere nato dalle armi e ancora in cerca di legittimità, non è una rassicurazione: è un avvertimento.