PARIGI — Un presidente, un re e i capi militari di mezza Europa e del mondo arabo attorno allo stesso tavolo. All’Eliseo Emmanuel Macron riceve il presidente libanese Joseph Aoun e re Abdullah II di Giordania per mettere in piedi un sostegno internazionale concreto alle forze armate libanesi, riferisce Le Monde. La posta è una sola: chi presidierà la frontiera tra Libano e Israele quando, a fine anno, scadrà il mandato dei caschi blu dell’Onu.

È una promessa, non ancora un piano. Il vertice serve a definire gli impegni — chi mette che cosa, e con quale calendario — più che a firmarli. Ma è l’orologio a dettare la fretta: la missione Unifil, la forza di interposizione delle Nazioni Unite nel sud del Libano, chiude a fine anno, e Parigi teme che alla frontiera con Israele si apra un vuoto di sicurezza che nessuno, oggi, è pronto a riempire.

I numeri spiegano l’allarme. Unifil schiera circa 10mila caschi blu di una quarantina di Paesi, con Italia e Francia tra i maggiori contributori. Dall’altra parte c’è un esercito libanese stremato: anni di collasso finanziario hanno divorato gli stipendi dei soldati, ridotti in certi mesi a poche decine di dollari, e lasciato le caserme senza carburante né ricambi. Chiedergli di sostituire da solo i caschi blu, oggi, è chiedergli l’impossibile.

Per capire bisogna tornare indietro. Unifil pattuglia il sud del Libano dal 1978 e fu portata a oltre 10mila uomini nel 2006, dopo la guerra tra Israele e Hezbollah, con la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza. La tregua del novembre 2024, che ha chiuso oltre un anno di guerra tra Israele e il movimento sciita, ha affidato proprio all’esercito libanese il controllo del territorio a sud del fiume Litani. Poi il Consiglio di sicurezza ha deciso che il rinnovo del mandato sarebbe stato l’ultimo. Da allora la domanda è sempre la stessa: dopo i caschi blu, chi?

La scommessa di Aoun

La risposta che Parigi vuole costruire passa da Aoun. Eletto nel gennaio 2025 dopo due anni di vuoto alla presidenza, l’ex comandante dell’esercito incarna la scommessa di uno Stato libanese che riprenda il monopolio delle armi. La Francia, antica potenza mandataria e storica protettrice di Beirut, si è candidata a fare da capofila della raccolta di aiuti — e non a caso ha voluto al tavolo anche i capi militari, non solo i diplomatici.

Perché la Giordania? Perché re Abdullah II guida uno dei rari eserciti arabi insieme addestrati agli standard occidentali e accettabili per tutti gli attori della regione: la sua presenza dice che il dossier libanese non è più soltanto un affare franco-europeo, ma una questione araba. Il messaggio, del resto, è rivolto tanto a Beirut quanto a Gerusalemme: dopo il ritiro dell’Onu, alla frontiera resterà solo l’esercito libanese, e conviene a tutti che sia in piedi.

Eppure il vertice, anche riuscito, lascia intatti i nodi veri. Il denaro può pagare stipendi e blindati, non disarmare Hezbollah, che dell’arsenale residuo fa una questione di sopravvivenza politica. E non ferma i raid israeliani che, tregua o no, continuano a colpire il sud del Paese. Su questo, all’Eliseo, nessuno ha la penna per firmare.