Israele – Iran: la guerra segreta prima, durante e dopo la guerra visibile

di Giuseppe Gagliano –

Nel periodo che va dalla presidenza di Barack Obama all’attuale mandato di Donald Trump, il confronto tra Israele e Iran non può essere compreso se ridotto ai raid aerei, alle dichiarazioni ufficiali o al solo dossier nucleare. La continuità strategica è altrove: in una guerra clandestina diventata permanente. Da un lato, Israele ha cercato di penetrare il santuario iraniano, rallentarne le capacità sensibili, disarticolarne le catene di comando e dimostrare che anche i siti più protetti non erano al riparo. Dall’altro, l’Iran ha risposto non con una simmetria perfetta, ma con una strategia di erosione: reclutamento di agenti, preparazione di attentati indiretti, disturbo cibernetico, uso di Paesi terzi, sorveglianza di obiettivi israeliani e intensificazione del controspionaggio interno. Questo duello non ha accompagnato la guerra: l’ha preparata.
La logica israeliana è rimasta costante: impedire che l’Iran trasformasse il proprio territorio in un santuario strategico inviolabile. Ciò si traduce in quattro obiettivi ricorrenti: penetrare le strutture sensibili, ritardare i programmi militari e nucleari, eliminare competenze chiave e dimostrare ai dirigenti iraniani che la profondità geografica non garantisce la sicurezza. La logica iraniana, invece, ha puntato sull’usura clandestina: intermediari, reti grigie, reclutamenti e azioni di molestia mirata. L’uno cerca la disorganizzazione delle capacità, l’altro la moltiplicazione delle vulnerabilità.
Il Mossad definisce il proprio ruolo come combinazione di raccolta esterna, azione clandestina, reclutamento di fonti, operazioni informatiche e operazioni speciali. È un dettaglio utile per leggere il dossier iraniano: per Israele, l’Iran non è soltanto un obiettivo di intelligence, ma uno spazio di azione da modellare. Di fronte, Teheran non oppone un servizio monolitico, bensì un apparato di sicurezza diffuso, capace di unire controspionaggio, sorveglianza interna e utilizzo di reti esterne.
L’accordo nucleare del 2015 è stato spesso presentato come una parentesi di moderazione. In realtà, ha congelato una parte del dossier nucleare, ma non la guerra segreta. Mentre Washington tentava di contenere l’escalation incorniciando arricchimento e ispezioni, Israele continuava a ragionare in termini di impedimento attivo: sorveglianza, sabotaggio, preparazione di opzioni clandestine, raccolta sulle filiere tecniche e umane. La distanza tra Stati Uniti e Israele era meno un disaccordo totale che una differenza di metodo: Washington voleva evitare una guerra generale, Israele voleva evitare che un compromesso diplomatico diventasse lo schermo dietro cui l’Iran consolidava durevolmente le proprie capacità.
In questa fase si cristallizza una certezza israeliana: se l’Iran avanza in profondità, bisognerà colpire in profondità. È il principio che spiega una serie di operazioni pensate non per provocare subito un crollo, ma per rallentare, segnalare, disorganizzare e rendere più costoso l’avanzamento iraniano, logorandone al tempo stesso la fiducia interna.
Uno degli episodi più strutturanti è l’operazione rivelata da Israele nel 2018 sugli archivi nucleari iraniani. L’essenziale non è solo documentale. Certo, l’esfiltrazione aveva un enorme valore politico: influenzare la lettura internazionale del programma iraniano e pesare sui dibattiti occidentali, soprattutto americani, mentre l’accordo nucleare veniva contestato. Ma la portata strategica era più profonda: penetrando un sito sensibile nel cuore dell’Iran e portandone fuori una massa di documenti, Israele inviava un messaggio brutale: il santuario informativo iraniano non è ermetico. Il danno è doppio: materiale, perché una parte del segreto cambia mano, psicologico, perché lo Stato iraniano deve convivere con l’idea che i suoi strati protetti siano penetrabili.
Da quel momento, per i responsabili iraniani la domanda non è più soltanto che cosa sa Israele, ma dove è già entrato Israele. In una guerra clandestina, questo dubbio permanente è di per sé un’arma: costringe a disperdere risorse, moltiplicare epurazioni interne, sospettare complicità locali e dedicare una quota crescente di energia alla sicurezza interna.
Il primo mandato di Trump irrigidisce il contesto generale, ma sul terreno clandestino la continuità resta impressionante: da una pressione diffusa si passa a una perturbazione più esplicita. L’esempio più netto è Natanz. Nell’aprile 2021 l’impianto subì un sabotaggio che Teheran attribuì a Israele, definendo l’episodio terrorismo nucleare. Le analisi circolate allora indicarono che l’attacco avrebbe colpito l’alimentazione elettrica protetta di centrifughe avanzate, un dettaglio militarmente significativo: colpire non soltanto un edificio, ma la dipendenza tecnica che regge l’intero sistema. In questa guerra non serve annientare il programma per riuscire: basta rallentarlo, renderlo più vulnerabile, scompaginarne i calendari, imporre riparazioni e verifiche, alimentare sospetti di complicità interne.
Natanz illustra una regola del Mossad nel dossier iraniano: non cercare solo il colpo spettacolare, ma la decelerazione forzata. Rallentare può valere quasi quanto distruggere, perché spezza il ritmo, espone falle e obbliga l’avversario a investire più nella protezione che nell’avanzamento.
Il secondo caso maggiore è l’eliminazione di Mohsen Fakhrizadeh nel novembre 2020, considerato da molti apparati occidentali figura centrale del versante militare del programma nucleare iraniano. Anche qui l’operazione supera il valore simbolico: colpire un uomo chiave significa rimuovere una competenza di sintesi e una memoria organizzativa, creando disordine, sfiducia e ritardi, soprattutto in sistemi altamente centralizzati.
Il metodo conta quanto il bersaglio: l’assassinio mirato serve simultaneamente a privare l’Iran di una figura decisiva, dimostrare capacità di tracciamento nel cuore del territorio e imporre ai servizi iraniani la sensazione di non aver richiuso le proprie falle. La morte di un individuo diventa un avvertimento all’intera struttura.
Nel gennaio 2023 l’attacco con droni contro un sito militare a Ispahan si inserisce nella stessa logica. Le autorità iraniane parlarono di danni limitati, ma l’interesse strategico dell’azione è soprattutto qualitativo: colpire un’installazione legata a droni o missili significa segnalare la vulnerabilità della catena industriale della difesa. In questo tipo di guerra l’effetto reale non sempre è visibile subito: un sabotaggio riesce anche quando costringe l’avversario a rallentare produzioni, ricertificare procedure, aumentare la sicurezza su siti secondari e convivere con l’idea che i bersagli utili non siano necessariamente i più ovvi.
Il 2024 aggiunge un altro segnale: l’uccisione di Ismail Haniyeh a Teheran, annunciata a fine luglio. Al di là della dimensione regionale legata alla guerra di Gaza, l’effetto strategico per Teheran è enorme: colpire una personalità di tale rilievo mentre si trova in Iran significa che il territorio della Repubblica islamica non è più solo spazio di appoggio o rifugio per i partner, ma un teatro operativo vulnerabile. Il messaggio si allarga: Israele non colpisce soltanto scienziati o centrifughe, può colpire anche l’architettura delle alleanze e le figure di collegamento che danno all’Iran profondità politico militare.
Il salto decisivo avviene nel giugno 2025. Secondo ricostruzioni giornalistiche, Israele avrebbe condotto un’operazione preparata a lungo contro obiettivi nucleari e militari iraniani, con infiltrazioni, uso di droni esplosivi e sistemi destinati a neutralizzare difese o preparare il terreno per i raid. Il punto centrale è che non si tratterebbe soltanto di una campagna aerea, ma di un dispositivo ibrido nel quale l’azione clandestina precede e facilita l’azione convenzionale.
Qui sta lo spartiacque: per anni l’intelligence ha servito a preparare, guidare, affinare. Nel 2025 diventa parte fisica della battaglia. Squadre infiltrate, armi introdotte in anticipo, azioni coordinate contro difese aeree: la distinzione tra guerra segreta e guerra aperta comincia a crollare. L’intelligence non si limita più a illuminare il raid, crea le condizioni materiali del suo successo.
Le analisi disponibili sottolineano inoltre che l’operazione avrebbe mirato non solo ai siti nucleari, ma anche a difese aeree, installazioni missilistiche e responsabili dell’apparato di sicurezza, cioè all’architettura della reazione iraniana. Israele non punta più soltanto a rallentare un programma: mira a disarticolare la capacità di risposta, riducendo la possibilità di proteggere infrastrutture e organizzare una rappresaglia coerente.
Nella stessa sequenza, gli attacchi informatici attribuiti al gruppo Predatory Sparrow, spesso descritto come legato a Israele senza riconoscimento ufficiale, colpiscono nodi finanziari e infrastrutture digitali iraniane. Nel giugno 2025 vengono presi di mira Bank Sepah e la piattaforma Nobitex: l’interesse strategico è toccare resilienza economica e logistica, non solo umiliare l’avversario. In questo schema l’attacco cyber non è un accessorio: disorganizza il tempo. Se circuiti finanziari e infrastrutture digitali vengono perturbati mentre sono in corso anche azioni fisiche, lo Stato colpito deve gestire insieme difesa, continuità amministrativa, ordine interno e ripristino della fiducia. È un sovraccarico strategico: il raid fisico distrugge, il raid cyber disorienta, e insieme puntano alla saturazione del sistema.
La risposta iraniana non ha replicato in modo speculare i metodi israeliani: mancano lo stesso accesso e la stessa libertà d’azione. Teheran ha quindi scelto una guerra della crepa: tentativi di reclutare cittadini israeliani, preparazione di attacchi indiretti in Paesi terzi, reti di osservazione, progetti di assassinio delegati e uso più aggressivo del cyber come strumento di molestia e segnalazione.
Un caso rivelatore riguarda Cipro. Nel 2023 le autorità israeliane hanno affermato di aver contribuito a sventare un attacco ordinato dall’Iran contro israeliani ed ebrei sull’isola. I dettagli restano parziali, ma lo schema è chiaro: sfruttare spazi turistici e periferici dove la presenza israeliana è reale e la protezione non coincide con quella del territorio nazionale. È un tratto del metodo iraniano: colpire o minacciare ai margini, nelle zone grigie dell’ambiente regionale e mediterraneo.
L’asse più rilevante della fase recente, però, è un altro: il reclutamento di israeliani. Diverse fonti hanno documentato un aumento dei tentativi iraniani di arruolare cittadini israeliani per spionaggio, sorveglianza o progetti più offensivi. Nel settembre 2024 un israeliano è stato arrestato in un caso presentato dai servizi come un progetto sostenuto dall’Iran e rivolto contro Benjamin Netanyahu, Yoav Gallant e Ronen Bar. Al di là della vicenda giudiziaria, il punto strategico è netto: Teheran cerca micro brecce umane dentro lo stesso tessuto israeliano.
Il motivo è semplice: in una guerra clandestina asimmetrica, l’Iran non deve necessariamente infiltrare grandi squadre sofisticate se un reclutamento può fornire foto, abitudini, itinerari, sopralluoghi, punti d’accesso. La guerra segreta diventa un mercato di piccole vulnerabilità: un uomo motivato dal denaro, una ricognizione, un indirizzo, una foto di una base, un’osservazione su un sistema di sicurezza. Elementi minimi presi singolarmente, ma utili se accumulati.
Nell’ottobre 2024 un altro dossier ha rafforzato questa lettura: diversi israeliani sono stati arrestati con l’accusa di aver fotografato e documentato siti strategici per conto di agenti iraniani, incluse basi, porti, infrastrutture energetiche e, secondo alcuni resoconti, luoghi legati al quartier generale del Mossad. È la logica intelligence operazione: prima di colpire, bisogna vedere. Teheran tenta così di costruire una mappa di vulnerabilità a basso costo, sommando piccole missioni di ricognizione.
Dopo la guerra del giugno 2025, la reazione iraniana non è stata soltanto militare. È stata anche interna e securitaria. Fonti di stampa indicano che nell’agosto 2025 l’Iran ha annunciato arresti di persone accusate di essere agenti del Mossad, mentre altri casi hanno portato a esecuzioni per spionaggio a favore di Israele. Al di là della verificabilità indipendente dei singoli dossier, la tendenza appare coerente: più Israele dimostra di poter penetrare in Iran, più Teheran risponde con un incremento del controspionaggio, arresti, epurazioni e repressione.
Sul piano strategico questo produce un effetto a catena: l’azione clandestina israeliana non colpisce soltanto bersagli, ma costringe l’Iran a ricentralizzarsi sulla sicurezza. E questa ricentralizzazione ha un costo: controlli più estesi, clima di sospetto, sovraccarico dei servizi, energia politica assorbita dalla caccia agli infiltrati, repressione interna che può indebolire altri segmenti della governance. La guerra segreta serve anche a distogliere l’avversario da sé stesso, obbligandolo a consumare risorse nella propria autodifesa.
In questa fase la dimensione cyber diventa un secondo fronte sempre più evidente. Da un lato, attori attribuiti al campo israeliano colpiscono banche, exchange e sistemi critici. Dall’altro, gruppi pro iraniani intensificano defacement, attacchi di negazione del servizio e operazioni di perturbazione dopo gli episodi di confronto diretto. La guerra informatica non sostituisce le reti umane: le completa, aggiungendo alla guerra degli agenti una guerra dei sistemi.
La differenza di stile resta netta. Le operazioni attribuite al campo israeliano mirano spesso all’alterazione delle capacità: finanza, logistica, infrastrutture, difesa. Quelle iraniane o pro iraniane puntano più spesso ad allargare il costo: insicurezza, disturbo, saturazione, dimostrazione che l’avversario non è totalmente protetto. L’uno cerca di ridurre ciò che l’avversario può fare, l’altro di aumentare ciò che deve spendere per restare protetto.
Il bilancio del periodo Obama Trump è quindi una traiettoria riconoscibile. Israele ha spostato l’azione clandestina dalla raccolta e dal sabotaggio puntuale verso una logica più ambiziosa: penetrazione profonda, sabotaggio delle capacità, eliminazione di competenze, preparazione di operazioni ibride che combinano intelligence, infiltrazione e azione militare. L’Iran ha intensificato una strategia meno simmetrica ma coerente: reclutamenti, reti di sorveglianza, minacce indirette in Paesi terzi, disturbo cyber e irrigidimento del controspionaggio interno per limitare l’emorragia di sicurezza.
Israele ha voluto dimostrare che nulla in Iran fosse completamente al riparo: né archivi, né scienziati, né siti industriali, né difese, né circuiti finanziari. L’Iran ha voluto dimostrare che Israele non era intoccabile: né nel proprio tessuto umano, né nella periferia regionale, né nel cyberspazio, né nella sicurezza psicologica delle élite. I due hanno agito con mezzi diversi, perché dispongono di strumenti diversi, ma hanno perseguito lo stesso obiettivo: modificare il calcolo strategico dell’avversario attraverso la paura della penetrazione.
È anche ciò che spiega perché la guerra segreta abbia finito per condurre, quasi meccanicamente, a una guerra più aperta. A forza di dimostrare che l’altro è vulnerabile, ciascuno ha contribuito a creare un clima in cui il confine tra sabotaggio clandestino e operazione militare si è progressivamente dissolto. L’intelligence non era più il preludio della guerra: era già la guerra, in un’altra forma.