di Giuseppe Gagliano –
La tregua annunciata tra Israele e Hezbollah mostra già tutte le sue fragilità. Mentre gli accordi avrebbero dovuto limitare le ostilità, il Sud del Libano continua a essere teatro di bombardamenti e scontri che hanno provocato nuove vittime, confermando come il cessate il fuoco sia finora incapace di fermare realmente la guerra.
Gli attacchi israeliani del 3 giugno hanno causato almeno nove morti, tra cui due soccorritori colpiti a bordo di un’ambulanza. Israele prosegue le operazioni militari nel Sud del Libano, mentre Hezbollah continua a rispondere con lanci di razzi contro obiettivi nel Nord di Israele. Anche il governo di Beirut denuncia attacchi contro soldati e infrastrutture dell’esercito libanese.
Particolarmente controversi risultano i raid che hanno coinvolto personale sanitario. Secondo il Ministero della Salute libanese, negli ultimi tre mesi sono stati uccisi almeno 128 operatori del settore. Un bilancio che alimenta accuse di violazione del diritto umanitario e accresce la pressione internazionale sul conflitto.
Dal punto di vista strategico, Israele punta a mantenere sotto pressione Hezbollah e a impedirne il rafforzamento nel Sud del Paese. Tuttavia, la prosecuzione delle operazioni rischia di produrre l’effetto opposto, consentendo al movimento sciita di rafforzare la propria immagine di forza di resistenza nazionale. Hezbollah, dal canto suo, mantiene una posizione ambigua, lasciando aperta la possibilità di una de-escalation ma riservandosi il diritto di reagire agli attacchi.
Gli Stati Uniti seguono con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi. Washington teme che un allargamento del conflitto possa compromettere il delicato equilibrio regionale e coinvolgere direttamente l’Iran. I contatti diplomatici in corso confermano che il Libano è ormai parte di una più ampia partita geopolitica che coinvolge Israele, Teheran e gli stessi Stati Uniti.
Sul piano economico, il prezzo della guerra continua a crescere. Oltre un milione di sfollati, infrastrutture distrutte, attività produttive paralizzate e investimenti bloccati aggravano una crisi che il Libano non era già più in grado di sostenere. Anche il Nord di Israele continua a subire pesanti conseguenze, con evacuazioni e costi crescenti per sicurezza e ricostruzione.
Il nodo centrale resta irrisolto: indebolire Hezbollah attraverso la pressione militare può risultare difficile se il conflitto continua a erodere ulteriormente le capacità dello Stato libanese. In questo scenario, la tregua appare più come uno strumento per contenere temporaneamente l’escalation che come un vero passo verso la pace. La guerra continua, e con essa il rischio che l’intera regione venga nuovamente trascinata in una crisi più ampia.




