LONDRA — Trecentosettantasette morti, identificati uno per uno, per nome. Cinquantasei erano bambini. Almeno 326 li hanno uccisi le forze di sicurezza, molti con pallini di metallo sparati a distanza ravvicinata, il volto e gli occhi come bersaglio.
È il bilancio che Amnesty International mette nero su bianco nel rapporto pubblicato mercoledì: mille pagine, titolo «Architetti di atrocità», frutto di 270 interviste, oltre 2.000 video e documenti interni trapelati dagli apparati di Teheran. La conclusione è la più pesante che il diritto internazionale conosca: crimini contro l’umanità — omicidio, tortura, stupro, sparizione forzata, persecuzione — commessi fra settembre e dicembre 2022 per schiacciare la rivolta «Donna, Vita, Libertà», esplosa dopo la morte in custodia di Mahsa Amini, la giovane curda arrestata per una presunta violazione dell’obbligo del velo. I documenti trapelati, riferisce il Guardian, mostrano che la repressione fu coordinata dall’alto, lungo tutta la catena di comando.
Il rapporto fa 87 nomi di funzionari nazionali e regionali da indagare penalmente. Alcuni non ci sono più: l’ex guida suprema Ali Khamenei e l’ex capo di Stato maggiore Mohammad Bagheri sono morti nel febbraio 2026 nei raid dell’attacco militare condotto da Stati Uniti e Israele, come altri quattro della lista. Ma uno dei nomi pesa più degli altri: Ahmad Vahidi, ministro dell’Interno nel 2022, dal marzo scorso comanda i Pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. La lista, insomma, non è un memoriale: punta dritta alla catena di comando che regge ancora oggi la Repubblica islamica.
Le vittime del 2022, documenta Amnesty, furono colpite in modo sproporzionato fra le minoranze curda e baluci, ai margini geografici e politici del Paese. «Le ampie prove raccolte e analizzate nel nostro rapporto non lasciano dubbi: le autorità iraniane hanno commesso crimini contro l’umanità per schiacciare la rivolta del 2022», ha detto Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione con sede a Londra.
Il filo con il gennaio 2026
Perché pubblicare adesso, quattro anni dopo i fatti? Perché la stessa macchina, sostiene Amnesty, ha colpito di nuovo. Le proteste del gennaio scorso, nate dal carovita e culminate nelle notti dell’8 e 9 gennaio, sono finite in «massacri senza precedenti di migliaia di manifestanti e passanti» che portano «gli stessi tratti distintivi» dei crimini del 2022, «su scala ancora più letale». Decine di arrestati di gennaio rischiano ora l’esecuzione. Fra loro c’è Ali Zarei — un occhio perso nel 2022, di nuovo in cella nel 2026.
Da qui le richieste: al Consiglio di sicurezza dell’Onu il deferimento dell’Iran alla Procura della Corte penale internazionale, all’Assemblea generale la creazione di un meccanismo giudiziario internazionale per processare i massimi responsabili. Da Teheran, per ora, nessuna risposta.
Poi ci sono i volti. Minoo Majidi aveva 62 anni quando i pallini di metallo la raggiunsero a Kermanshah, nell’Iran occidentale, nel settembre 2022. La figlia Mahsa Piraei, che vive all’estero, ha raccontato all’agenzia France Presse la madre scesa in piazza «per gridare



