SOHAR — Due scafi affiancati nel Golfo dell’Oman, i parabordi pneumatici a tenere separato l’acciaio, le manichette che pompano greggio da una stiva all’altra, i trasponder di bordo spenti per non farsi individuare dai satelliti. Un’immagine dal cielo scattata il 9 giugno ha fissato la manovra al largo di Sohar, porto industriale d’acqua profonda sulla costa omanita. Da allora la scena si ripete quasi ogni giorno, e sempre più spesso.
È così — di nave in nave, al buio dei radar — che il petrolio del Golfo esce oggi verso i mercati mondiali. Con lo stretto di Hormuz di fatto chiuso dall’Iran in risposta alla guerra tra Stati Uniti e Israele, e l’oleodotto saudita Est-Ovest da 1.200 chilometri danneggiato dai droni houthi, i trasferimenti «ship-to-ship» al largo dell’Oman e all’ancoraggio emiratino di Fujairah sono diventati la principale via di fuga del greggio: lo documenta stamattina Al Jazeera in un lungo approfondimento sulla nuova geografia dell’energia.
I numeri dicono quanto la valvola si sia allargata. Prima della guerra da Hormuz passava quasi un quinto dell’energia mondiale; oggi, secondo la società di analisi norvegese Rystad Energy, l’export lungo quella rotta ha superato i 2 milioni di barili al giorno nelle prime due settimane di settembre, circa un milione in più rispetto ad agosto. I monitor indipendenti di TankerTrackers, che incrociano segnali di bordo e satelliti, contano 7,15 milioni di barili scambiati al giorno negli ultimi quattordici giorni: più 56 per cento sul mese precedente.
Perché proprio Sohar? Perché il porto sta fuori dallo stretto, sull’oceano aperto, e ha fondali capaci di accogliere le superpetroliere. Aramco, il colosso petrolifero di Stato saudita, vi offre carichi di greggio Arab Medium e Arab Heavy, ha rivelato Bloomberg in agosto. La filiera è ormai rodata: navette caricano ai terminali di Ras Tanura e Juaymah, attraversano Hormuz sotto scorta navale americana — i militari Usa assistono decine di questi trasferimenti riservati da inizio maggio — e travasano al largo di Sohar, dove cresce la coda di superpetroliere in attesa.
Navi vecchie, senza assicurazione
Ma la via di fuga ha un prezzo. Le navi impiegate sono spesso vecchie, con scafi mal mantenuti e manichette mai ispezionate, e navigano a trasponder spento. Per gli assicuratori tradizionali queste operazioni sono «particolarmente complicate», spiega l’amministratore delegato del gruppo assicurativo americano NSI: si sommano rischio inquinamento, collisione, carico e guerra, e gli underwriter impongono premi aggiuntivi o restrizioni. In tempo di guerra, il travaso in mare aperto quasi nessuno lo copre: «Una quota significativa del rischio può restare al Paese produttore».
Intanto Teheran alza la posta. Ha creato un ente ad hoc, la «Persian Gulf Strait Authority», per amministrare il passaggio, e ha attaccato navi accusate di usare rotte «non autorizzate» — la rotta sud, vicina alle acque omanite. Il messaggio è nei fatti: chi passa da Hormuz, e a quale prezzo, lo decide l’Iran, e lo stretto è la sua leva al tavolo dei negoziati. Riad, dal canto suo, ha perso anche l’uscita di riserva: l’oleodotto verso il porto di Yanbu le garantiva il Mar Rosso, dove peraltro Bab al-Mandeb resta sotto controllo houthi.
Il risultato è un equilibrio fragile e caro. I volumi «dipendono da disponibilità di navi, assicurazioni e costi di nolo, e restano ben sotto i livelli pre-guerra», osserva un analista petrolifero di LSEG, il gruppo della Borsa di Londra. Il Brent oscilla tra i 104 e i 107 dollari al barile. E nel Golfo dell’Oman, all’ancora, la fila delle superpetroliere che aspettano il proprio turno di accostarsi si allunga di giorno in giorno.




