WASHINGTON — L’amministrazione Trump ha approvato la vendita all’Arabia Saudita di 48 caccia F-35, il velivolo stealth più avanzato dell’arsenale americano, per 24,3 miliardi di dollari. Lo riferiscono il New York Times e Al Jazeera. Il contratto passa ora al Congresso, che ha per legge una finestra di trenta giorni per bloccarlo con una risoluzione. Se l’iter andrà in porto, Riad diventerà il secondo Paese del Medio Oriente, dopo Israele, a disporre di un caccia di quinta generazione.
La decisione è arrivata nonostante gli allarmi delle agenzie di intelligence americane, che in una serie di rapporti interni hanno avvertito la Casa Bianca di un rischio preciso: la Cina potrebbe acquisire — o sottrarre — la tecnologia dell’F-35 sfruttando i suoi legami sempre più stretti con il regno saudita. Riad, dal canto suo, ha messo sul tavolo la sua contropartita: in cambio dell’acquisto chiede il sostegno di Washington nella guerra contro gli Houthi yemeniti. Ma il vero premio, per la Casa Bianca, non sono i 24 miliardi: è tenere l’Arabia Saudita agganciata all’ecosistema militare americano, e quindi fuori dall’orbita di Pechino.
In Congresso la partita non è scontata. Una parte dei parlamentari, anche repubblicani, non ha mai digerito la disinvoltura del principe ereditario Mohammed bin Salman, l’uomo forte del regno. Eppure la storia gioca per il presidente: nel 2019, quando le due Camere votarono per fermare la vendita di bombe di precisione a Riad dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, Trump oppose il veto. E vinse.
L’ombra di Pechino
Perché tanta inquietudine tra le spie? L’F-35 non è soltanto un aereo: è un computer volante, il cui valore sta nei sensori, nel software e nella firma radar quasi invisibile. Se Pechino riuscisse a metterci le mani — attraverso tecnici, reti informatiche o manutenzione compromessa — potrebbe calibrare le proprie difese contro il caccia su cui si regge la superiorità aerea americana. E i legami tra la Cina e il regno, negli ultimi anni, si sono fatti fitti: dalle infrastrutture di telecomunicazione firmate Huawei alla cooperazione sui missili balistici, fino ai fiumi di petrolio che fanno di Pechino il primo cliente di Riad.
C’è poi lo Yemen. Dal 2015 l’Arabia Saudita guida una coalizione militare contro gli Houthi, i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran che controllano il nord del Paese e la capitale Sanaa. Missili e droni dei ribelli hanno colpito negli anni impianti petroliferi sauditi e navi mercantili nel Mar Rosso. Riad vuole che Washington torni a impegnarsi al suo fianco: è la condizione, secondo i rapporti citati dal quotidiano newyorkese, che accompagna la trattativa sugli aerei.
E Israele? È la domanda che aleggia su tutto il dossier. Una legge americana obbliga ogni amministrazione a preservare il «vantaggio militare qualitativo» dello Stato ebraico — una sorta di clausola di supremazia che da decenni filtra ogni vendita di armi nella regione. Israele vola sull’F-35 dal 2016 e lo ha impiegato in combattimento: vedere lo stesso aereo con le insegne saudite è un salto che Gerusalemme non ha mai dovuto immaginare prima d’ora.
Il precedente degli Emirati
Il copione, del resto, si è già visto. Nel 2020, dopo gli Accordi di Abramo che normalizzarono i rapporti con Israele, la prima amministrazione Trump promise agli Emirati Arabi Uniti 50 F-35 per circa 23 miliardi di dollari. Poi arrivò Joe Biden, il negoziato si arenò proprio sui timori legati alla presenza cinese — Huawei nelle reti emiratine, un presunto cantiere militare di Pechino nel porto di Abu Dhabi — e nel 2021 gli Emirati sospesero i colloqui, irritati dalle condizioni imposte da Washington. L’aereo, a oggi, non è mai arrivato nel Golfo.
La vendita a Riad chiude anche un cerchio personale. Nel maggio 2017 Trump scelse l’Arabia Saudita per il primo viaggio all’estero della sua presidenza: la danza delle spade, il globo luminoso accarezzato con re Salman, l’annuncio di un pacchetto di armi da 110 miliardi di dollari. Da allora il rapporto tra il presidente e la monarchia del Golfo ha resistito a tutto, compresa la tempesta del caso Khashoggi.
Ma per trovare l’antenato vero di questa battaglia bisogna risalire all’ottobre del 1981, quando Ronald Reagan volle vendere ai sauditi gli Awacs, gli aerei radar che vedevano oltre l’orizzonte. Israele e mezzo Congresso insorsero, il presidente passò settimane al telefono con i senatori indecisi, e alla fine il Senato approvò per una manciata di voti: 52 a 48. Quarantacinque anni dopo gli aerei sono cambiati, il rivale non è più Mosca ma Pechino. Il finale, allora come oggi, lo scrisse un’evidenza semplice: quando Riad vuole gli aerei americani, prima o poi li ottiene.




