Più di mille tonnellate di esplosivo per distruggere due gallerie lunghe complessivamente oltre due chilometri sotto la cresta di Ali Taher, nel Libano meridionale. L’operazione israeliana rappresenta una delle più imponenti demolizioni condotte contro le infrastrutture sotterranee di Hezbollah e mostra come il confronto si stia spostando dalla distruzione delle capacità militari del movimento sciita al controllo stabile del territorio.

La detonazione è stata così potente da produrre, secondo i dati riportati dall’Osservatorio geologico degli Stati Uniti, una scossa equivalente a un terremoto di magnitudo 4,1. Il boato è stato avvertito fino a Saida, circa quaranta chilometri più a nord, mentre a Nabatieh numerosi residenti, inizialmente convinti che fosse in corso un terremoto, sono scesi nelle strade.

Israele presenta l’operazione come la fase conclusiva di una campagna contro otto gallerie attribuite a Hezbollah. Secondo le forze armate israeliane, il sistema sotterraneo comprendeva un centro di comando dell’unità Badr, depositi di razzi e missili, velivoli senza pilota, armi controcarro, mine ed esplosivi.

L’infrastruttura sarebbe stata costruita nell’arco di circa vent’anni con finanziamenti, tecnologie e assistenza iraniani. Hezbollah e il governo libanese non hanno fornito nell’immediatezza una propria versione dettagliata sulle caratteristiche del complesso.

L’importanza dell’operazione va comunque oltre la distruzione di singole gallerie. Israele sta cercando di eliminare le infrastrutture sulle quali Hezbollah ha costruito per anni una parte della propria capacità militare nel Libano meridionale.

La rete sotterranea costituisce infatti uno degli strumenti attraverso i quali il movimento sciita ha cercato di compensare la superiorità aerea, tecnologica e di intelligence israeliana. Tunnel e postazioni fortificate permettono di nascondere uomini e armamenti, proteggere centri di comando, spostare materiali e preparare azioni contro le forze avversarie.

Il principio presenta alcune analogie con quello adottato da Hamas nella Striscia di Gaza, pur trattandosi di organizzazioni e teatri operativi differenti. Per una forza incapace di contendere a Israele il controllo dei cieli, la profondità del terreno diventa una forma di protezione e di compensazione strategica.

Hezbollah dispone inoltre storicamente di un’organizzazione territoriale e di un arsenale più articolati rispetto a quelli di Hamas, costruiti in decenni di presenza politica e militare in Libano e attraverso il rapporto con l’Iran.

Il controllo della cresta di Ali Taher offre alle forze israeliane anche un vantaggio tattico. Le alture permettono di osservare le vie di comunicazione, sorvegliare gli spostamenti e proteggere le unità impegnate nelle operazioni di demolizione.

La distruzione delle gallerie riduce inoltre la disponibilità di postazioni dalle quali Hezbollah potrebbe organizzare attacchi contro le truppe israeliane o preparare operazioni oltre confine.

Il successo operativo non coincide però necessariamente con una vittoria strategica. Una rete di tunnel può essere distrutta con esplosivi e mezzi del genio militare, mentre eliminare un’organizzazione radicata politicamente e socialmente in una parte della società libanese rappresenta un problema completamente diverso.

Hezbollah ha subito perdite, bombardamenti e la distruzione di importanti infrastrutture, ma conserva reti politiche, sociali e militari che difficilmente possono essere cancellate attraverso la sola superiorità di fuoco.

Da qui emerge il problema successivo per Israele. Distruggere le infrastrutture esistenti è possibile; impedirne la ricostruzione richiede invece una sorveglianza continuativa del territorio. È proprio questa necessità che può trasformare una penetrazione militare inizialmente temporanea in una presenza di durata molto più lunga.

Israele definisce l’area conquistata una “zona di sicurezza”. L’espressione richiama inevitabilmente la fascia mantenuta nel Libano meridionale fino al ritiro israeliano del 2000, direttamente o attraverso l’Esercito del Libano del Sud.

Quella presenza avrebbe dovuto proteggere la frontiera settentrionale israeliana. Con il passare degli anni divenne però uno dei principali terreni della guerriglia e contribuì alla crescita militare e politica di Hezbollah.

Secondo le stime riportate, le forze israeliane controllerebbero attualmente circa il cinque per cento del territorio libanese. Una fascia oltre confine permette di allontanare alcune postazioni di Hezbollah e ridurre nel breve periodo il rischio di infiltrazioni, ma comporta anche costi crescenti in termini di uomini, mezzi, fortificazioni, rifornimenti e sorveglianza.

Una zona di sicurezza funziona soltanto finché l’avversario non riesce a trasformarla in un territorio di logoramento. Mine, missili controcarro, imboscate e piccoli reparti mobili possono rendere costosa anche una presenza militare tecnologicamente superiore.

Il precedente della lunga occupazione israeliana del Libano meridionale dimostra quanto sia difficile trasformare il controllo territoriale in sicurezza permanente.

Il problema rimane soprattutto politico. Gli accordi e le intese sul futuro del Libano meridionale prevedono il disarmo delle strutture armate di Hezbollah, il progressivo ritiro israeliano e il dispiegamento delle forze regolari libanesi.

Hezbollah non accetta però di affidare unilateralmente le proprie armi allo Stato e rifiuta un negoziato diretto con Israele. Beirut, dal canto suo, non dispone facilmente della forza politica e militare necessaria per imporre con la coercizione il disarmo di un’organizzazione profondamente radicata nel sistema libanese.

Nasce così una contraddizione per Israele: chiedere allo Stato libanese di ripristinare il monopolio delle armi e contemporaneamente condurre operazioni militari e mantenere territori che possono ulteriormente indebolire l’autorità di Beirut.

La situazione è aggravata dalle conseguenze economiche e umanitarie della guerra. Secondo le cifre riportate, circa 330mila persone rimangono sfollate e numerose famiglie non possono ancora rientrare nelle località meridionali.

Abitazioni, terreni agricoli, strade, reti elettriche e attività commerciali sono stati distrutti o danneggiati. Il Libano affronta queste conseguenze dopo anni di crisi finanziaria, svalutazione, impoverimento e paralisi istituzionale.

La ricostruzione richiederebbe risorse che Beirut difficilmente potrebbe mobilitare autonomamente. Anche con una cessazione delle ostilità rimarrebbero la bonifica degli ordigni, il ripristino delle infrastrutture e la ricostruzione di intere località.

Il danno al Libano meridionale non rimane confinato alla regione. La perdita di produzione agricola e attività commerciali, gli sfollati e la necessità di maggiori interventi pubblici si ripercuotono su un’economia nazionale già estremamente fragile.

Anche Israele sostiene costi considerevoli. Mantenere forze oltre confine e contemporaneamente proteggere le comunità settentrionali richiede uomini e risorse. La superiorità tecnologica può ridurre le perdite, ma non rende economicamente o militarmente gratuita un’occupazione prolungata.

Sul conflitto libanese continua infine a pesare il confronto con l’Iran. Per Teheran, Hezbollah ha rappresentato per decenni uno dei principali strumenti di deterrenza contro Israele, grazie alla presenza di una forza armata capace di minacciare città, basi militari e infrastrutture strategiche israeliane direttamente dal Libano.

La distruzione del complesso sotterraneo di Ali Taher assume quindi anche un significato regionale. Israele vuole dimostrare che la profondità delle fortificazioni non garantisce più l’invulnerabilità e che infrastrutture costruite nell’arco di molti anni possono essere individuate e distrutte.

Rimane tuttavia una contraddizione strategica. Più le operazioni israeliane indeboliscono le istituzioni e l’economia libanesi, più difficile diventa per Beirut sostituire Hezbollah nel controllo effettivo del territorio.

La devastazione del Sud potrebbe inoltre consentire al movimento sciita di recuperare una parte della propria influenza attraverso l’assistenza alle comunità colpite, la ricostruzione e la tradizionale rappresentazione di sé come forza di resistenza contro la presenza israeliana.

Le mille tonnellate di esplosivo utilizzate ad Ali Taher possono quindi distruggere gallerie, depositi e postazioni militari. Non risolvono però il problema politico che quelle infrastrutture rappresentano.

Israele può modificare il terreno e ridurre le capacità operative di Hezbollah, ma una presenza militare prolungata rischia di ricreare proprio le condizioni che in passato contribuirono alla crescita del movimento sciita. La montagna può essere fatta saltare in pochi secondi; il sistema politico, sociale e regionale che ha prodotto quelle gallerie è molto più difficile da demolire.