ADEN — Tredici chilometri quadrati di roccia vulcanica, a tre chilometri e mezzo dalla costa yemenita. L’isola di Mayun — Perim, sulle vecchie carte britanniche — sta esattamente in mezzo allo stretto di Bab al-Mandeb e lo divide in due canali: chi la tiene, tiene la porta meridionale del Mar Rosso, e dunque la rotta di Suez.
Da venerdì la tengono gli Houthi. La conquista è stata confermata all’agenzia americana Associated Press da un alto ufficiale del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale e da un funzionario del movimento filo-iraniano. Sabato i ribelli hanno alzato la posta: se qualcuno interverrà, avvertono, chiuderanno del tutto lo stretto. Con Hormuz bloccato da marzo, dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, due dei grandi colli di bottiglia del petrolio mondiale finiscono così sotto il tiro dell’asse di Teheran.
Come sia caduta l’isola lo ha raccontato una fonte del governo di Aden all’agenzia di Stato cinese Xinhua: gli Houthi sono arrivati all’alba di venerdì su alcune imbarcazioni e non hanno trovato resistenza, perché le truppe governative si erano già ritirate; blindati e mezzi erano schierati lungo la costa di fronte. Perché nessuno ha difeso un punto simile? Nel 2021 la coalizione a guida saudita diceva di avere una presenza sull’isola, dove sorgeva una base aerea legata agli Emirati; ma Abu Dhabi ha chiuso il suo impegno nello Yemen alla fine dello scorso anno e ha ritirato i soldati, e da allora della base si sa poco o nulla.
«Assedio per assedio»
Mayun è l’ultimo tassello di un’offensiva rapidissima. Giovedì gli Houthi hanno preso Mocha, il porto yemenita sul Mar Rosso; sabato controllavano anche l’isola di Hanish e ormai l’intera costa del Paese su quel mare. Le forze governative sostengono di aver colpito «uomini e mezzi» dei ribelli a Mocha, dove intanto i miliziani scortavano verso Sanaa un convoglio di prigionieri liberati. È il maggiore guadagno territoriale del movimento da anni.
I ribelli assicurano che la navigazione resta sicura, con un’eccezione: le navi legate all’Arabia Saudita, che verranno bloccate. «Assedio per assedio, escalation per escalation», ha scandito il portavoce militare Yahya Saree, rovesciando su Riad l’accusa di strangolare le aree yemenite in mano al movimento.
Riad, intanto, incassa i colpi. Dopo un attacco con droni — il danno è visibile nelle immagini satellitari — ha sospeso «in via precauzionale» il grande oleodotto che porta il greggio al Mar Rosso, diventato la via alternativa chiave per l’export petrolifero saudita da quando Hormuz è chiuso. Washington ha scelto di non correre in soccorso dell’alleato per non allargare il conflitto; il presidente americano Donald Trump ha raccontato che gli Houthi hanno telefonato alla Casa Bianca chiedendo agli Stati Uniti di non intervenire a fianco del governo riconosciuto. Il greggio resta sui massimi.
Il bersaglio vero, del resto, non è Aden: è Riad, e dietro Riad Washington. Gli Houthi «hanno la reale capacità di bloccare qualsiasi traffico marittimo attraverso Bab al-Mandeb, se lo vogliono», osserva l’analista di sicurezza e difesa Wolfgang Pusztai; e il primo beneficiario è l’Iran, che guadagna leva su un altro snodo del commercio globale e rende il blocco di Hormuz «ancora più efficiente».
Ma la partita si gioca lontano dalle coste yemenite. La conquista, spiega Farea Al-Muslimi, ricercatore del centro studi britannico Chatham House, serve agli obiettivi interni del movimento e insieme alla posizione negoziale di Teheran con gli Stati Uniti e il resto del mondo «su altri dossier, non solo lo Yemen».

