di Giuseppe Gagliano –
C’è un punto che in Europa si continua a eludere, quasi fosse sconveniente persino nominarlo: l’attacco contro l’Iran non è soltanto un nuovo episodio della lunga ostilità tra Stati Uniti, Israele e Repubblica islamica. È anche, e forse soprattutto, l’ennesima dimostrazione che gli interessi strategici europei non coincidono più da tempo con quelli dei nostri alleati atlantici. E tuttavia continuiamo a comportarci come se nulla fosse cambiato.
L’offensiva lanciata mentre erano ancora in corso trattative non sorprende per la sua natura militare. Sorprende, semmai, solo chi continua a credere che Washington e Tel Aviv si sentano realmente vincolate da regole comuni, da procedure condivise o da un dovere di consultazione verso gli alleati. In realtà, la logica è sempre la stessa: si agisce, si colpisce, si ridefiniscono i fatti sul terreno e solo dopo si informa chi deve allinearsi. Non c’è collegialità. C’è gerarchia. E in questa gerarchia, l’Europa non è un partner: è un’area di supporto, una retrovia politica, economica e logistica da usare quando serve.
Il fatto che il governo italiano sia stato informato a operazioni già iniziate non è un incidente diplomatico. È la fotografia di una condizione strutturale. Gli europei vengono tenuti ai margini non perché irrilevanti per geografia o risorse, ma perché irrilevanti sul piano della volontà politica. Non decidono, non pongono condizioni, non fanno pesare il costo del proprio consenso. E dunque vengono trattati di conseguenza.
Da molti anni Stati Uniti e Israele applicano una regola semplice: la forza è legittima quando la usano loro. Attacchi preventivi, incursioni selettive, eliminazioni mirate, sabotaggi, pressione extraterritoriale: tutto viene ricondotto alla sicurezza, anche quando produce instabilità sistemica. Se le stesse azioni fossero compiute da altri, le definiremmo con termini assai più duri. Ma l’eccezionalismo occidentale funziona proprio così: trasforma la violenza in prerogativa e il diritto in uno strumento a geometria variabile.
Il punto decisivo, però, non è morale. È politico. Ogni volta che Washington e Tel Aviv colpiscono unilateralmente in una regione ad alta densità energetica, l’Europa paga un prezzo diretto. Lo paga in sicurezza, in approvvigionamenti, in instabilità commerciale, in esposizione ai flussi migratori, in perdita di competitività industriale. Eppure continua a presentare come “difensiva” una linea strategica che, nei fatti, la espone e la indebolisce.
Le cosiddette rivolte arabe, le guerre in Libia, Siria e Iraq, il disordine permanente nel Mediterraneo allargato, la rottura del rapporto energetico con Mosca, la trasformazione dell’Ucraina in faglia militare del confronto con la Russia: in tutti questi passaggi, l’Europa non ha guadagnato né autonomia né sicurezza. Ha perso margini di manovra, ha pagato di più l’energia, ha indebolito il proprio tessuto produttivo e si è ritrovata più dipendente da scelte altrui.
Chi pensa che la crisi iraniana sia un dossier lontano non guarda la mappa dei flussi energetici e commerciali. Il Golfo Persico e gli stretti che lo collegano al Mar Rosso e all’Oceano Indiano non sono soltanto spazi militari: sono arterie del metabolismo economico mondiale. Basta un aumento del rischio percepito per far salire i premi assicurativi, alterare le rotte, rallentare i traffici, gonfiare il prezzo del greggio e destabilizzare i mercati.
Anche senza una chiusura totale dello Stretto di Hormuz, la semplice minaccia di interruzione produce effetti immediati. Per gli Stati Uniti, questo può significare un vantaggio relativo: prezzi più alti rendono più redditizie alcune produzioni interne, soprattutto quelle legate all’estrazione non convenzionale, molto più costosa e sostenibile solo con certe quotazioni. Per l’Europa, invece, significa l’esatto contrario: un nuovo shock energetico su economie già provate dall’inflazione, dalla deindustrializzazione e dalla fine delle forniture russe a basso costo.
Qui emerge tutta la dimensione geoeconomica del conflitto. Non siamo di fronte soltanto a una campagna militare. Siamo davanti a una redistribuzione forzata dei costi e dei benefici dentro il campo occidentale. Gli Stati Uniti esportano energia, capacità militare e indirizzo strategico. L’Europa importa instabilità, rincari e subordinazione. È una relazione squilibrata che viene ancora chiamata alleanza solo per inerzia linguistica.
Per l’Italia, la questione è ancora più evidente. Da anni si dice che il Mediterraneo allargato è il nostro spazio strategico fondamentale: dal Levante al Mar Rosso, dal Corno d’Africa al Golfo. Ma se davvero è così, allora la destabilizzazione di quest’area dovrebbe essere percepita come una minaccia diretta agli interessi nazionali. E invece continuiamo a subire operazioni che aggravano esattamente quel disordine che dovremmo contrastare.
La ripresa delle minacce contro il traffico mercantile nel tratto tra Bab el Mandeb e Golfo di Aden ne è la prova. Ogni tensione in quell’area colpisce le linee commerciali tra Asia ed Europa, penalizza i porti mediterranei, alza i costi di trasporto, rallenta le catene logistiche e danneggia il nostro import-export. Non serve molta immaginazione per capire che la guerra all’Iran non resta in Iran. Si propaga per cerchi concentrici e raggiunge il cuore economico europeo.
Le missioni navali europee, presentate come risposta, hanno un limite evidente: possono contenere, non rovesciare la dinamica strategica. Poche unità, risorse contingentate, munizionamento limitato, mandato politico incerto. Sono strumenti di presenza, non di trasformazione. E infatti non modificano il dato essenziale: l’Europa subisce un teatro che altri incendiano.
In questa crisi pesa anche un’enorme ipocrisia semantica. Si definisce “regime” l’Iran come se l’uso del termine bastasse a stabilire una gerarchia morale assoluta, ma si evita di applicare la stessa categoria a monarchie ereditarie del Golfo con spazi ridottissimi di pluralismo politico e diritti civili. La realtà è che la politica internazionale non è governata da una coerenza di principi, ma da una selezione opportunistica delle parole.
Lo stesso vale per la demonizzazione dei Guardiani della Rivoluzione. È legittimo considerarli uno strumento di potenza iraniana, un apparato armato ideologico e aggressivo, ma ridurre tutto alla formula del terrorismo serve soprattutto a cancellare la complessità del quadro mediorientale. In questi ultimi vent’anni, il mondo sciita è stato spesso uno degli argini più duri contro il jihadismo sunnita radicale. È un fatto storico, non un giudizio morale. E ignorarlo significa preferire la propaganda all’analisi.
Anche la riabilitazione di figure e milizie ieri considerate impresentabili, oggi invece accolte perché utili agli equilibri del momento, mostra quanto poco contino i valori proclamati quando entrano in gioco interessi strategici. La politica di potenza è sempre pragmatica. Il problema non è che lo sia. Il problema è fingere che non lo sia.
Ammesso che l’obiettivo reale sia destabilizzare l’Iran fino a favorire un ricambio di potere, resta una domanda che nessuno vuole affrontare seriamente: cosa viene dopo? La storia recente offre risposte fin troppo chiare. Quando si abbatte o si indebolisce un centro di comando senza avere una struttura politica pronta a sostituirlo, si apre quasi sempre una fase di caos, frammentazione e violenza diffusa.
L’Iran non è la Libia, né l’Iraq di Saddam Hussein. È uno Stato più robusto, con una tradizione istituzionale, un apparato di sicurezza ramificato, una forte memoria nazionale e una capacità di resilienza che i suoi avversari spesso sottovalutano. Colpire i vertici può persino produrre l’effetto opposto a quello sperato: rafforzare le componenti più dure, marginalizzare i riformisti, stringere il sistema attorno ai suoi apparati coercitivi e nazionalizzare il conflitto.
C’è poi un altro fattore che in Occidente si tende a minimizzare: l’Iran non è isolato nel senso classico del termine. Può contare su sponde politiche, economiche e in alcuni casi tecnologico-militari da parte di Russia e Cina. Non significa che Mosca e Pechino entreranno apertamente in guerra per Teheran, ma significa che il Paese non è privo di retroterra strategico. E questo basta a rendere molto più complicata qualsiasi ipotesi di collasso rapido.
Sul piano militare, la questione centrale non è solo chi colpisce meglio, ma chi regge più a lungo. Le guerre contemporanee, anche quando iniziano come campagne ad alta intensità, spesso si trasformano in gare di resistenza industriale, logistica e missilistica. E qui il nodo è semplice: quanti vettori offensivi può ancora impiegare Teheran e quante munizioni difensive possono ancora sostenere Israele e, indirettamente, gli Stati Uniti?
Se l’Iran conserva un arsenale balistico consistente e ha ripristinato almeno in parte le proprie capacità produttive, allora il conflitto non si misura soltanto sulla precisione dei primi raid, ma sulla durata dello scambio. Per neutralizzare un volume elevato di missili servono intercettori in quantità ben superiori, una rete di difesa integrata efficiente e scorte che non possono essere considerate infinite. È la matematica della guerra, più ancora della sua retorica.
Per questo una campagna militare può diventare rapidamente un test di usura. Se le difese si saturano, se i costi crescono, se le perdite colpiscono obiettivi simbolici o strategici, anche la superiorità tecnologica può perdere la sua aura di invincibilità. E con essa la credibilità politica di chi l’ha trasformata in strumento di pressione.
C’è infine una lezione che questa guerra, al di là delle sue evoluzioni, consegna già oggi al resto del mondo: uno Stato percepito come privo di deterrenza strategica credibile resta esposto. Uno Stato dotato di deterrenza nucleare, invece, viene trattato con tutt’altra cautela. È una conclusione scomoda, ma difficilmente contestabile sul piano storico.
Se Teheran avesse già un’arma atomica operativa, la soglia di rischio politico e militare per chi volesse colpirla sarebbe immensamente più alta. Questo non significa giustificare la proliferazione. Significa prendere atto del meccanismo reale della forza internazionale: il diritto conta poco quando manca una capacità credibile di dissuasione.
Ed è proprio qui che l’Occidente rischia di ottenere il contrario di ciò che proclama. Un’azione concepita per indebolire l’Iran e impedirne l’ascesa strategica può spingere molti attori a concludere che solo la deterrenza estrema garantisce sopravvivenza. Sarebbe il paradosso finale: una guerra lanciata in nome della sicurezza che produce più insicurezza, più corsa agli armamenti e meno ordine.
Il vero scandalo, dunque, non è soltanto l’ennesima iniziativa militare statunitense e israeliana. Il vero scandalo è la passività europea. Continuiamo a restare dentro un rapporto sempre più asimmetrico, dove paghiamo i costi delle crisi senza determinarne gli obiettivi. Continuiamo a chiamare protezione ciò che spesso assomiglia a un vincolo. Continuiamo a confondere fedeltà con subordinazione.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la questione non è scegliere Teheran contro Washington o Gerusalemme. La questione è scegliere finalmente sé stessa. Significa difendere i propri interessi energetici, commerciali e strategici con realismo. Significa sottrarsi alla logica riflessa della dipendenza politica. Significa capire che una potenza alleata può anche agire, nei fatti, contro i nostri interessi.
Liberarsi dei liberatori non vuol dire rompere ogni rapporto con gli Stati Uniti. Vuol dire smettere di accettare come naturale una condizione di minorità strategica. Vuol dire tornare a ragionare da soggetti storici, non da spettatori disciplinati. Perché se l’Europa continuerà a farsi trascinare in guerre pensate altrove, decise altrove e pagate qui, allora il problema non sarà più soltanto la crisi iraniana. Sarà la nostra definitiva rinuncia a esistere come potenza politica.
















