LONDRA — «L’ultima volta che questa Camera ha esaminato il testo in seconda lettura, custodivo un segreto». Ashley Dalton, deputata laburista, lo ha rivelato ai colleghi dei Comuni durante il dibattito: un cancro al seno metastatico di stadio quattro, incurabile. È una malata terminale, esattamente la persona a cui la legge sul suicidio assistito era destinata. E ha votato no.

Poche ore dopo, alle 15.10 di venerdì (le 16.10 in Italia), la Camera dei Comuni ha respinto in seconda lettura il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill: 286 no contro 270 sì, sedici voti di scarto, riferisce il Washington Post. Nel Regno Unito la legalizzazione della morte assistita è chiusa per questa legislatura. Ed è un ribaltamento: nel 2025 un testo quasi identico era passato due volte nella stessa aula.

La proposta era stata depositata il 17 giugno da Lauren Edwards, deputata laburista di Rochester and Strood, nella forma del private member’s bill — la proposta d’iniziativa del singolo parlamentare, senza il timbro del governo. Consentiva ai maggiorenni con diagnosi terminale e un’aspettativa di vita non superiore a sei mesi di ricevere la sostanza letale, da assumere da soli.

Edwards aveva fretta, e non lo nascondeva. Il piano era approvare il testo senza emendamenti per rimandarlo rapidamente alla Camera dei Lord, tenendo aperta la via del Parliament Act — il meccanismo che permette ai Comuni di scavalcare la Camera alta quando una legge viene approvata in due sessioni consecutive. Un «backstop», una rete di sicurezza, l’aveva definito lei stessa. La rete non è mai servita: è mancato il primo passaggio.

Il precedente del 2025

Perché un’aula che aveva detto sì ha cambiato idea? Il testo precedente, presentato dalla laburista Kim Leadbeater nell’ottobre 2024, era passato in seconda lettura con 330 voti contro 275 e in terza, nel giugno 2025, con 314 contro 291 — per poi arenarsi ai Lord alla fine della sessione. In quindici mesi il margine si è eroso fino a rovesciarsi. I Comuni non hanno bocciato soltanto una legge: hanno certificato che il consenso di un anno fa si è dissolto.

Il dibattito, raccontano i resoconti dell’Independent, è stato attraversato da storie personali su entrambi i fronti. La laburista Claire Hazelgrove ha parlato per la prima volta in pubblico della madre, morta in ottobre per un raro tumore del sangue: «Non tutto il dolore può essere alleviato», ha detto, denunciando uno «status quo dannoso». Sadik Al-Hassan, per vent’anni farmacista prima di entrare ai Comuni, ha sostenuto che una via legale «non sostituirebbe le buone cure palliative, starebbe accanto a esse». Sul fronte opposto, il laburista scozzese Zubir Ahmed ha avvertito che il testo «creerebbe il fascino della scelta e del controllo, ma non la possibilità di esercitarli».

Monsignor John Sherrington, arcivescovo di Liverpool, ha ringraziato i deputati contrari insieme a «medici, giuristi, gruppi per i disabili, altre comunità di fede e chi non ha fede». Il Regno Unito resta così fuori dall’elenco crescente di Paesi europei e delle quattordici giurisdizioni statunitensi che ammettono forme di morte assistita.

Resta il nodo che nemmeno il voto ha sciolto. Dalton, votando no, ha accusato i promotori di aver «spaventato» i malati terminali fino a convincerli che la propria morte sarà orribile; ma ha anche ammesso che il passaggio finale è «difficile» e che oggi non c’è «alcun sostegno, alcuna tutela». Su questo, paradossalmente, i due fronti erano d’accordo. La legge è caduta; il problema che voleva risolvere no.