L’AIA — Al 95 per cento opera di una macchina. Un discorso sulle vittime dello schiavismo coloniale, pronunciato l’estate scorsa al Keti Koti — la commemorazione olandese della fine della schiavitù — con tanto di passaggi sulla fede cristiana dell’oratore: «Se ogni essere umano è stato creato da Dio, come si può considerare un altro uomo inferiore?». Secondo il rilevatore Pangram, quel testo lo ha generato quasi per intero l’intelligenza artificiale. L’autore ufficiale è Derk Boswijk, sottosegretario alla Difesa, cristiano-democratico.

Il caso emerge dall’inchiesta pubblicata stamattina alle 6 da Nieuwsuur, il programma d’approfondimento della tv pubblica olandese, che ha passato al setaccio i 77 discorsi dei membri del governo pubblicati sul sito ufficiale: 15 sono risultati sospetti, 10 con passaggi generati e 5 quasi interamente artificiali. Tredici dei quindici portano la firma di Boswijk e della ministra della Difesa Dilan Yesilgöz, liberale. È la seconda ondata in due giorni: mercoledì il quotidiano de Volkskrant aveva scoperto che anche i post del premier Rob Jetten escono, in parte, da un chatbot. Per il governo dell’Aja — una coalizione a tre tra i liberaldemocratici di Jetten, i liberali e i cristiano-democratici — il caso è ormai politico.

Boswijk, intervistato giovedì sera, cade dalle nuvole: «È un discorso piuttosto personale. Ricordo bene come è costruito, perché l’ho pensato io stesso». Non sa spiegarsi il verdetto del rilevatore. Yesilgöz ha rifiutato la telecamera; il portavoce della Difesa assicura che i suoi autori usano l’intelligenza artificiale solo come strumento, «per esempio per cercare un sinonimo, come fanno moltissimi olandesi. Non per generare un intero discorso».

Ma gli esperti interpellati dalla trasmissione non si accontentano. Tom Dobber, docente di comunicazione politica all’Università di Amsterdam, parla di un linguaggio «scomodo e vuoto, un po’ insignificante», pieno di «formulazioni tipiche dell’IA»: i trattini lunghi, le frasi costruite in tre tempi, le negazioni a effetto. E soprattutto: far generare un testo intero a una macchina significa «rompere una sorta di contratto» con chi ascolta, «in modo subdolo».

I post del premier

L’inchiesta di mercoledì aveva numeri ancora più larghi. Su 1.812 post pubblicati dal 2021 sugli account di Jetten e del suo partito D66, 232 risultano generati da chatbot come ChatGPT o Claude, 68 quelli del premier in persona. E non su temi qualunque: la guerra in Ucraina, la commemorazione del volo MH17 abbattuto nel 2014, le scuse alla comunità molucchese, la visita al memoriale di Westerbork, il campo da cui partivano i treni per Auschwitz. La svolta ha una data precisa, il 4 giugno 2025 — il giorno dopo la caduta del governo precedente, quando per Jetten si aprì la corsa al potere: da lì in avanti, un post su tre porta tracce artificiali. La controprova regge: sui circa 700 post precedenti all’era di ChatGPT, zero segnalazioni.

Il premier non ha risposto alle domande del quotidiano. Il suo partito ha fatto sapere che i testi «sono scritti sulla base di input di Rob Jetten e da lui approvati e corretti», e che l’IA si usa «come tanti olandesi, sempre nei limiti della legge». Giovedì, a chi gli chiedeva se la sua credibilità fosse in gioco, Jetten ha risposto secco: «Sciocchezze belle e buone». Tre quarti degli olandesi, ha aggiunto, usano l’intelligenza artificiale ogni giorno: «Vale anche per il nostro lavoro».

Il punto, però, non è lo strumento: è dove è comparso. Nel lutto, nelle scuse, nella memoria — i luoghi dove la parola pubblica vale proprio perché è personale. Claes de Vreese, professore di intelligenza artificiale e società ad Amsterdam, avverte che i modelli linguistici producono «una sorta di emozione desiderabile, non necessariamente ciò che si prova davvero». E lascia sul tavolo la domanda che ora circola all’Aja: «La gente comincerà a chiedersi: chi è il vero Jetten?».