di Giuseppe Gagliano

Nel Mali centrale il jihadismo non si limita più a combattere. Nelle aree controllate dal Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimin (JNIM), organizzazione affiliata ad al-Qaeda, gli insorti stanno consolidando una forma di potere che combina coercizione, amministrazione e ricerca di consenso, occupando gli spazi lasciati vuoti da uno Stato sempre più debole.

Nei villaggi lungo il Niger, i combattenti riscuotono imposte su raccolti e bestiame, distribuiscono viveri e medicinali alle famiglie più povere e intervengono nelle controversie locali. La violenza non è scomparsa, ma viene utilizzata in modo più selettivo. L’obiettivo non è più soltanto controllare il territorio con la paura, bensì costruire una struttura di governo capace di garantire ordine e continuità.

Dalla nascita del gruppo nel 2017, il JNIM ha progressivamente ampliato la propria influenza approfittando della crisi politica maliana. Dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021 e il ritiro delle forze francesi e delle missioni delle Nazioni Unite, il governo militare di Bamako non è riuscito a ristabilire un controllo efficace del territorio. Al contrario, il jihadismo si è trasformato da movimento insurrezionale a potere territoriale radicato.

Gli attacchi coordinati lanciati nei mesi scorsi contro obiettivi governativi, compreso l’aeroporto di Bamako e diverse basi militari nel Nord del Paese, hanno confermato la crescente capacità operativa del gruppo. Tuttavia la sfida più pericolosa non è quella militare. Nelle aree sotto il suo controllo il JNIM amministra la giustizia religiosa, regola la tassazione e controlla gli spostamenti, offrendo a parte della popolazione un sistema percepito come più prevedibile rispetto alle forze governative e alle milizie alleate.

Le accuse rivolte all’esercito maliano e ai suoi partner russi per presunte violazioni dei diritti umani hanno inoltre alimentato la propaganda jihadista. In molte comunità rurali la fiducia nelle istituzioni statali continua a diminuire, mentre gli insorti rafforzano la propria legittimità attraverso servizi essenziali e controllo sociale.

La gestione delle imposte e delle risorse rappresenta uno degli elementi centrali della strategia del JNIM. Chi raccoglie tasse, distribuisce beni e regola le controversie esercita una forma concreta di sovranità. Allo stesso tempo il gruppo continua a utilizzare la forza contro chi si oppone al suo dominio, imponendo blocchi ai villaggi e conducendo attacchi contro civili e convogli.

Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dai rapporti con il Fronte di liberazione dell’Azawad, espressione del separatismo tuareg. Alcuni leader tuareg sostengono che il JNIM stia assumendo un profilo più locale e meno legato alla dimensione globale di al-Qaeda, cercando di presentarsi come interlocutore politico radicato nel territorio. La crescente diffusione di messaggi in francese e in bambara conferma il tentativo di parlare a una platea nazionale e non soltanto alle aree tradizionalmente interessate dall’insurrezione.

Il governo maliano continua a escludere qualsiasi negoziato con i gruppi jihadisti. Tuttavia la realtà sul terreno mostra un’organizzazione che non si limita più alla guerriglia, ma esercita funzioni tipiche di un’autorità politica.

La crisi del Mali è ormai uno dei simboli del disordine che attraversa il Sahel. Il ritiro occidentale, la presenza russa, la fragilità delle istituzioni e la radicalizzazione religiosa hanno creato un contesto nel quale il jihadismo prospera non solo grazie alle armi, ma anche attraverso la capacità di sostituirsi allo Stato. Ed è proprio questa evoluzione a rendere il JNIM una minaccia sempre più difficile da contenere.