La collocazione dell’Italia al fianco dell’Ucraina non è negoziabile, neppure in vista di future alleanze politiche. Giorgia Meloni fissa il perimetro entro il quale intende muoversi e avverte: non è disposta ad allearsi con chi vota contro il sostegno a Kiev. La presidente del Consiglio lo afferma in un’intervista al *Foglio*, nella quale interviene anche su stabilità del governo, crescita di AfD in Germania, antisemitismo, occupazione, crescita economica ed energia.

Sul dossier ucraino Meloni esclude cambi di rotta dettati da convenienze politiche o elettorali. «Io sono una persona seria» e «non sono buona per tutte le stagioni», afferma, rivendicando la coerenza della posizione mantenuta dall’Italia dall’inizio della guerra. Per la premier, chi cerca un capo del governo pronto a cambiare linea in funzione degli equilibri parlamentari o del sostegno di singoli partiti «deve rivolgersi altrove».

Parole che assumono un peso soprattutto sul terreno delle future alleanze e dei rapporti tra le diverse anime della destra europea. Meloni affronta infatti anche l’avanzata di Alternative für Deutschland (AfD) in Germania e boccia la strategia dei “cordoni sanitari” utilizzata per isolare le formazioni considerate radicali.

Secondo la premier, la crescita in Europa dei movimenti che insistono sulla difesa dell’identità nazionale, sul contrasto all’immigrazione irregolare e sul rischio dell’islamizzazione non può essere affrontata semplicemente escludendoli dal confronto politico. La risposta, sostiene, deve passare dall’ascolto degli elettori e dalla capacità dei partiti tradizionali di dare risposte alle questioni che alimentano quel consenso. Il quadro italiano, precisa comunque Meloni, è «radicalmente diverso» da quello tedesco.

La presidente del Consiglio rivendica quindi la stabilità dell’esecutivo come uno dei principali risultati della legislatura. A suo giudizio, una maggioranza rimasta compatta nel corso degli anni ha contribuito a rendere l’Italia più credibile e affidabile agli occhi degli interlocutori internazionali e degli investitori. Un patrimonio che, aggiunge, non dovrebbe essere disperso neppure nel caso in cui gli elettori scegliessero in futuro una maggioranza diversa.

Sul piano economico, il governo punta soprattutto sui dati del mercato del lavoro. Meloni parla di risultati «straordinari», citando oltre un milione di nuovi occupati e un aumento di 1,3 milioni dei contratti dipendenti a tempo indeterminato dall’insediamento dell’esecutivo. È questo, secondo la premier, il dato che meglio descrive il miglioramento delle condizioni del Paese rispetto a quattro anni fa.

Resta invece più complesso il quadro della crescita. Meloni riconosce i problemi strutturali che da tempo frenano l’economia italiana, a partire dalla bassa produttività e dal costo dell’energia. Le indicazioni relative ai primi sei mesi del 2026, sostiene, potrebbero comunque portare il Pil a crescere dell’1 per cento nell’intero anno, un risultato che collocherebbe l’Italia in linea o leggermente sopra la media dell’area euro.

Sul fronte energetico Palazzo Chigi conferma una strategia articolata su più direttrici: diversificazione delle forniture, accelerazione delle rinnovabili, maggiore produzione nazionale di idrocarburi e ritorno al nucleare. È soprattutto sulle tecnologie nucleari di nuova generazione che Meloni vede una possibile risposta di lungo periodo alla dipendenza italiana dalle importazioni e agli elevati costi sostenuti da famiglie e imprese.

Nell’intervista trova spazio anche lo scontro politico sull’antisemitismo. La premier sostiene l’adozione della definizione elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e accusa una parte dell’elettorato di centrosinistra di non condannare con sufficiente chiarezza tutte le sue manifestazioni. Meloni richiama in particolare l’antisemitismo riconducibile all’integralismo islamista e alle posizioni che invocano la distruzione dello Stato di Israele, citando anche la presenza di sostenitori di Hamas durante una recente manifestazione davanti a Montecitorio.