HONG KONG — Tung Chee-hwa, il primo capo dell’esecutivo di Hong Kong dopo la fine del dominio britannico, è morto martedì a 89 anni all’Hong Kong Sanatorium & Hospital, circondato dai familiari. Lo ha annunciato il suo ufficio privato con un comunicato diffuso nelle prime ore di mercoledì: se n’è andato «serenamente, alla presenza dei suoi cari». Nessuna causa del decesso è stata resa nota, riferisce l’Associated Press.

Con lui scompare l’uomo che il 1° luglio 1997 ricevette da Pechino le chiavi della città appena restituita dalla Gran Bretagna, nella carica che sostituiva quella del governatore coloniale. Otto anni di mandato, chiusi con dimissioni anticipate, che mostrarono al mondo i limiti del principio «un paese, due sistemi» — la formula con cui la Cina aveva promesso a Hong Kong cinquant’anni di autonomia.

Il comunicato che ne annuncia la morte parla di «un uomo di integrità incrollabile che si è dedicato con tutto il cuore alla nazione». È il linguaggio di Pechino, non quello di Hong Kong: e non è un dettaglio, perché tutta la parabola di Tung sta in quella scelta di campo.

Era nato a Shanghai nel 1937 — il 29 maggio secondo la biografia ufficiale, il 7 luglio secondo quanto lui stesso raccontò ai media cinesi nel 2017 —, figlio dell’armatore Tung Chao-yung, fondatore della compagnia di container Orient Overseas. La famiglia riparò a Hong Kong nel 1947, due anni prima della vittoria comunista sul continente. Laurea in ingegneria navale a Liverpool nel 1960, poi la guida dell’azienda alla morte del padre, nel 1981. Quando la compagnia sfiorò il fallimento, a metà degli anni Ottanta, a salvarla furono capitali riconducibili a Pechino. Il debito, in un certo senso, venne riscosso un decennio dopo: nel dicembre 1996 Tung vinse la prima elezione «a cerchio ristretto», riservata a un collegio di notabili graditi alla Cina, e divenne il volto del passaggio di consegne.

«Per la prima volta nella storia, noi, popolo di Hong Kong, saremo padroni del nostro destino», promise nel discorso d’insediamento, impegnandosi a preservare «lo Stato di diritto» e a costruire «una società più democratica». Andò diversamente. Prima la crisi finanziaria asiatica, poi l’epidemia di Sars. E infine l’articolo 23.

Il mezzo milione in piazza

Nel 2003 il suo governo presentò una legge anti-sovversione su tradimento e sedizione, con un ampliamento dei poteri di polizia. Circa mezzo milione di persone scese in corteo — in una città di sette milioni di abitanti — e il testo fu ritirato. L’anno dopo una nuova mobilitazione chiese l’elezione diretta del capo dell’esecutivo e dell’intero parlamento locale: Tung si allineò al no di Pechino, e quel corteo divenne un appuntamento annuale. La piazza lo aveva già ribattezzato, per la sua proverbiale indecisione, «Old Dumb Tung», il vecchio Tung il tonto.

Il 10 marzo 2005 annunciò le dimissioni per motivi di salute: «Se continuo come capo dell’esecutivo, non ce la farò». Pochi ci credettero, visto che nei mesi precedenti non aveva mostrato alcun problema visibile. Ma fu Pechino a chiarire come stavano le cose: due giorni dopo, nella Grande Sala del Popolo, lo nominò vicepresidente della Conferenza consultiva politica, il massimo organo consultivo cinese — la promozione che, nel codice del Partito, accompagna le uscite di scena pilotate. Vi rimase fino al 2023; nel 2019 Xi Jinping lo premiò nella stessa sala. L’ultima apparizione pubblica risale al luglio 2021, alla proiezione di un film per il centenario del Partito comunista.

Resta, in fondo, l’immagine del 1947: un bambino di dieci anni che arriva da Shanghai in una colonia britannica, in fuga dalla Cina che avanza. Mezzo secolo dopo sarà lui a riconsegnarle la città. Da padrone del proprio destino, come aveva promesso, Hong Kong non lo è mai diventata.