MONTE HERMON — «C’è ancora lavoro da fare: il compito principale è abbattere il regime terrorista in Iran. Siamo molto vicini a questo. Sappiamo che l’intero asse alla fine crollerà». Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, lo ha detto mercoledì ai soldati schierati sul versante siriano del monte Hermon, la montagna che domina la linea tra Israele, Siria e Libano. Non una base in Israele, dunque, ma suolo siriano: la scelta del palcoscenico è essa stessa il messaggio.

La visita, riferita dall’Agence France-Presse, arriva a sei mesi dall’inizio della guerra che oppone Israele all’Iran e ai suoi alleati regionali. Accanto a Netanyahu c’era il ministro della Difesa Israel Katz; il capo del Comando Nord ha tenuto il briefing in una postazione affacciata sulla Siria, presente anche il vice capo di stato maggiore, il generale di divisione Tamir Yadai.

Nel video diffuso dall’ufficio del primo ministro, Netanyahu indica l’orizzonte come su una carta geografica: «Damasco è proprio qui, il Libano è là, il Golan siriano è là». Da quella vetta, sostiene, Israele esercita un «controllo assoluto come mai visto prima». Poi la promessa ai soldati: «Non permetteremo a nessun esercito terrorista di insediarsi al nostro confine».

Katz è andato oltre. «Abbiamo colpito l’Iran due volte e se necessario colpiremo una terza volta», ha detto il ministro, assicurando che l’esercito israeliano resterà nel sud della Siria. Nessuna data, nessuna condizione per un ritiro. La permanenza, insomma, non è più un’eventualità: è la politica dichiarata.

Perché proprio lì? Perché quella fascia di territorio racconta da sola gli ultimi ventuno mesi. Dalla caduta di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, le forze israeliane si sono installate in una «zona di sicurezza» nel sud della Siria, occupando quella che era la zona cuscinetto pattugliata dai caschi blu dell’Onu — la striscia che dal 1974 separava gli eserciti israeliano e siriano lungo il Golan occupato. Da allora Israele ha condotto centinaia di raid sul territorio siriano e ripetute incursioni di terra. Il bersaglio della messinscena di mercoledì, però, non erano i soldati in ascolto: era Teheran, avvertita che la campagna non è finita, e insieme Damasco, avvertita che quella montagna non si discute.

La condanna di Damasco

La risposta siriana è arrivata in serata. Il governo di Damasco ha condannato l’ingresso «illegale» di Netanyahu nel proprio territorio, definendolo un «passo provocatorio» e una «flagrante violazione» della sovranità nazionale. Parole dure, ma disarmate: il nuovo potere siriano, uscito dalle macerie del regime di Assad, non ha i mezzi per contendere a Israele il controllo del sud del Paese, e lo sa.

Resta l’immagine scelta con cura dall’ufficio del primo ministro: Netanyahu al posto di osservazione, il binocolo puntato verso Damasco, la capitale di un Paese vicino visibile a occhio nudo. Per Israele è la prova di una superiorità senza precedenti. Per la Siria — che può soltanto protestare — è l’istantanea di una sovranità calpestata in casa propria, in pieno giorno e davanti alle telecamere.