NEW YORK — Questa sera due fasci di luce saliranno di nuovo dal cuore di Manhattan, il Tribute in Light acceso per la prima volta a sei mesi dagli attacchi e mai più spento in ogni anniversario. Stamattina alle 8.46 (le 14.46 in Italia), l’ora dell’impatto del primo aereo sulla Torre Nord, la città si fermerà per il primo di sette momenti di silenzio. Venticinque anni dopo, Ground Zero rilegge a voce alta i nomi delle sue 2.983 vittime.

Ma il presidente non ci sarà. Donald Trump, newyorkese di nascita, ha scelto di parlare al Pentagono, dove il terzo aereo uccise 184 persone. «Because I’m going to the Pentagon» — perché vado al Pentagono — ha risposto secco ai giornalisti che gli chiedevano conto della rinuncia, riferisce NBC News. Sulla plaza del Memorial l’amministrazione sarà rappresentata dal vicepresidente JD Vance; altri membri del governo andranno a Shanksville, in Pennsylvania, dove si schiantò il volo United 93 dopo la rivolta dei passeggeri.

La cerimonia di New York segue il rito consolidato: privata per i familiari, trasmessa in diretta streaming, con la lettura dei nomi che comprende anche le vittime dell’attentato al World Trade Center del 26 febbraio 1993. Ai sei silenzi tradizionali — i due impatti, i due crolli, il Pentagono, il volo United 93 — se ne aggiunge un settimo, dopo l’ultimo nome: per chi è morto negli anni successivi a causa delle malattie legate alle polveri del crollo. Nel pomeriggio il Memorial riapre al pubblico, che già in settimana lo ha riempito a migliaia; in serata uno sciame di droni dovrebbe ridisegnare in cielo la sagoma delle Torri Gemelle, e sono attesi quattro ex presidenti.

A fare gli onori di casa sarà Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano nella storia di New York — eletto da una comunità che dopo il 2001 visse anni di sospetti e stigma, e che oggi guida la città ferita da al-Qaeda. Una presenza che rende ancora più vistosa l’assenza dell’altro newyorkese, il presidente.

Il presidente al Pentagono

La decisione circolava da fine agosto, anticipata da persone informate dei piani della Casa Bianca. Al Pentagono Trump parlerà da comandante in capo, davanti ai militari, nell’anno della guerra con l’Iran. Un assaggio dello spirito lo ha dato l’8 settembre, all’evento «Steel Across America» della fondazione Tunnel to Towers dedicata ai soccorritori: nel discorso commemorativo ha intrecciato il ricordo del 2001 con il conflitto iraniano e con gli attacchi al comunismo. E i suoi racconti su un proprio ruolo nei soccorsi di quei giorni, ha verificato la televisione pubblica PBS, non trovano riscontri.

Il calcolo è trasparente. A Ground Zero il presidente avrebbe dovuto dividere il palco con un sindaco che incarna tutto ciò contro cui fa campagna; al Pentagono ha una platea in uniforme e un anniversario da piegare all’agenda del presente. La memoria dell’11 settembre, che per vent’anni era rimasta l’ultimo terreno condiviso della politica americana, diventa così un palcoscenico conteso anche lei.

Il giudice, alla fine, è un numero che il Memorial stesso mette in cima alle sue comunicazioni: 100 milioni di americani sono troppo giovani per ricordare quel giorno. Per loro domani apre la nuova mostra «In Their Honor», dedicata a 25 anni di servizio civile ispirato dall’11 settembre. È a quel Paese senza memoria diretta che si rivolgono, da luoghi diversi e con parole diverse, il presidente e la città che ha lasciato sola.