Gli Stati Uniti hanno negato per il secondo anno consecutivo al presidente palestinese Mahmoud Abbas l’ingresso a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il provvedimento riguarda anche circa ottanta funzionari dell’Autorità Palestinese e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Washington accusa la leadership palestinese di non aver rispettato gli impegni sulle riforme, di continuare a sostenere economicamente le famiglie dei detenuti e di perseguire il confronto con Israele attraverso organismi internazionali come la Corte penale internazionale e la Corte internazionale di giustizia. Gli Stati Uniti sostengono che le principali controversie debbano essere affrontate attraverso negoziati diretti con Israele.
La decisione assume particolare rilevanza perché gli Stati Uniti ospitano il quartier generale delle Nazioni Unite sulla base dell’accordo del 1947. Washington ritiene tuttavia che considerazioni legate alla sicurezza nazionale e alla politica estera consentano limitazioni all’ingresso. La missione palestinese presso l’ONU continuerà a operare, mentre le restrizioni riguardano specificamente i dirigenti interessati dal provvedimento.
L’Assemblea generale ha autorizzato Abbas a intervenire in videocollegamento. La risoluzione è stata approvata con 152 voti favorevoli, tre contrari e quattro astensioni e consente anche ad altri alti funzionari palestinesi di partecipare a distanza agli eventi dell’ONU qualora non possano entrare negli Stati Uniti.
La partecipazione da remoto permette ad Abbas di pronunciare il proprio intervento, ma gli impedisce di prendere parte agli incontri bilaterali e ai contatti diplomatici che accompagnano i lavori dell’Assemblea generale.
Diverso il trattamento riservato alla delegazione iraniana. Washington ha autorizzato il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi a partecipare all’Assemblea generale, imponendo tuttavia limitazioni agli spostamenti e alla composizione della delegazione.
Un altro punto di contrasto riguarda i contributi destinati alle famiglie dei detenuti palestinesi. Ramallah sostiene di aver modificato il sistema sostituendo il criterio legato allo status del prigioniero con una valutazione delle condizioni economiche familiari. Washington continua invece a considerare questi pagamenti una forma di sostegno o incentivo alla violenza.
La decisione sul visto arriva mentre l’Autorità Palestinese cerca di rafforzare la propria iniziativa diplomatica internazionale e gli Stati Uniti continuano formalmente a sostenere la soluzione dei due Stati e a dichiararsi contrari all’annessione della Cisgiordania.
L’esclusione di Abbas limita tuttavia la possibilità della leadership palestinese di partecipare direttamente a uno dei principali appuntamenti diplomatici internazionali e aggiunge un nuovo elemento di tensione nei rapporti tra Washington e Ramallah.




