
di Mauro Morbello –
Neri giorno scorsi a Rubaya, nel distretto minerario del Nord Kivu che occupa la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, si è consumata una tragedia di proporzioni devastanti. Una serie di frane, innescate da piogge torrenziali, ha sepolto vive centinaia di persone impegnate nell’estrazione artigianale del coltan. Il bilancio ufficiale è al momento di almeno 200 vittime, ma diverse stime suggeriscono che il numero potrebbe essere più elevato. Tra i morti non figurano soltanto minatori uomini adulti, bensì anche moltissime donne e bambini coinvolti nell’economia informale che gravita attorno ai siti estrattivi. Nonostante la gravità dell’accaduto, la notizia della tragedia è stata poco considerata dai grandi canali di comunicazione. È invece essenziale porre il dramma avvenuto a Rubaya al centro dell’attenzione, non solo per la sua gravità, ma perché interroga direttamente le nostre responsabilità di consumatori e questiona profondamente il processo legato alle catene di approvvigionamento dei grandi conglomerati legati all’industria digitale e non solo.
Il coltan, di cui Congo concentra tra il 60-80% delle riserve e da cui proviene circa il 50% dell’attuale offerta a livello mondiale, non è infatti una materia prima qualsiasi, ma una risorsa strategica per l’industria moderna e per la nostra quotidianità digitale. Dal coltan si ricava il tantalio, indispensabile per la produzione di condensatori che consentono la miniaturizzazione dei circuiti e una gestione più efficiente dell’energia in dispositivi come smartphone e computer portatili, oltre a trovare applicazione in tecnologie avanzate che richiedono l’elevata affidabilità e stabilità termica richiesta dalle batterie di nuova generazione. Il problema della condizione umana degradante in cui si trovano i minatori congolesi che estraggono coltan è la base di una filiera attraversata da meccanismi sistematici di opacità e aggiramento dei controlli rispetto a come avviene la produzione.
Tra l’80 e 90% del coltan prodotto nella Repubblica Democratica del Congo, proviene dal settore minerario artigianale, che si stima occupi 2 milioni di persone impiegate in condizioni disumane. L’estrazione avviene attraverso scavi manuali e l’impiego di strumenti rudimentali, in contesti in cui l’esposizione a crolli, frane e incidenti rappresenta una possibilità costante. Per un compenso che raramente supera i 2 dollari al giorno, nel processo estrattivo non sono coinvolti solo gli adulti, ma un numero incredibilmente alto di bambini. Secondo l’ultimo rapporto UNICEF Congo’s blood minerals, pubblicato nel 2024, sarebbero 360mila i minori impiegati nelle miniere. Molti di loro iniziano a lavorare già a 7 anni svolgendo mansioni apparentemente accessorie ma altamente nocive, come il lavaggio dei minerali in acque contaminate e il trasporto di carichi pesanti, mentre gli adolescenti vengono impiegati anche nei cunicoli più stretti e instabili, proprio perché la loro corporatura consente di muoversi dove gli adulti hanno maggiori difficoltà. Oltre ai rischi di crollo, come quello visto a Rubaya, i bambini sono esposti a sostanze tossiche e radioattive, come il radon associato al coltan, che provocano loro gravi danni cronici alla salute.
Attraverso una rete di complicità che contrabbandano il minerale e ne cancellano l’origine illegale dell’estrazione, attraverso riclassificazioni documentali e l’elusione strumentale della sua tracciabilità, il Coltan arriva nei Paesi di destino che concentrano la sua trasformazione in prodotti di tantalio. In ordine di rilevanza, in primo luogo la Cina, che ospita una quota molto rilevante della capacità globale di lavorazione per il consumo interno e rappresenta uno snodo centrale anche nell’export di prodotti a valle; gli Stati Uniti, che svolgono un ruolo importante nelle fasi di trasformazione e nella produzione di materiali per applicazioni ad alta affidabilità; la Germania, principale polo europeo di raffinazione orientata a prodotti ad alta purezza per impieghi tecnologici e chimici; e il Giappone, rilevante per capacità industriali specializzate e per l’integrazione con le filiere elettroniche avanzate.
Alla fine il coltan, trasformato in tantalio e incorporato in microprocessori, smartphone e dispositivi elettronici, entra senza rumore nella vita quotidiana di tutti noi. Lo usiamo ogni giorno e ne traiamo beneficio, mentre scegliamo troppo spesso di non vedere un’origine segnata da violenza, sfruttamento e sofferenza, pagata da comunità ridotte a manodopera sottoposta a condizioni di sfruttamento forzato nelle miniere, come nel caso emblematico di Rubaya. La distanza tra consumo e produzione diviene così il meccanismo che neutralizza la nostra capacità di prendere coscienza. Da un lato, infatti, ci appaga celebrare astrattamente i valori della sostenibilità e della responsabilità sociale; dall’altro, chiudiamo gli occhi di fronte alla realtà e, perseguendo il nostro benessere, continuiamo ad accettare che i costi vengano scaricati sui più vulnerabili nel Sud del mondo. È tempo di smettere di chiamarla inconsapevolezza, quando l’informazione, se la si cercasse davvero, è disponibile e gli indizi dell’incoerenza sono evidenti.











