Rinnovabili: la grande illusione statistica. Perché la transizione energetica non sta sostituendo nulla

di Giuseppe Gagliano

C’è una notizia che è passata quasi inosservata, e non a caso. Secondo l’ultimo sondaggio statistico sull’energia mondiale, oltre l’86 per cento dell’energia primaria globale continua a provenire da petrolio, gas e carbone. Un dato che contraddice frontalmente il racconto dominante della “transizione energetica in corso” e che, se preso sul serio, impone una revisione profonda delle categorie con cui leggiamo il cambiamento energetico globale.
Il punto decisivo, però, non è solo il numero. È il modo in cui quel numero viene finalmente calcolato.
Per anni il peso delle fonti rinnovabili nell’energia primaria mondiale è stato stimato attraverso il cosiddetto metodo della sostituzione termica. Un criterio che non misurava l’energia effettivamente prodotta, ma quella che le rinnovabili “avrebbero sostituito” se al loro posto ci fosse stata una fonte fossile. Il risultato era una sovrastima sistematica: le rinnovabili apparivano più centrali di quanto non fossero nella realtà fisica del sistema energetico.
Nel 2025, l’International Energy Agency ha adottato il metodo del contenuto energetico fisico, in linea con gli standard ONU ed Eurostat. Non più equivalenze teoriche, ma produzione reale. Non ciò che le rinnovabili potrebbero rimpiazzare, bensì ciò che producono davvero.
L’effetto è dirompente.

Con il nuovo metodo, il quadro globale cambia radicalmente:

– Fonti rinnovabili: dal circa 8 per cento scendono a circa 5,5 per cento dell’energia primaria mondiale

– Energia nucleare: si colloca tra il 4 e il 5 per cento

– Combustibili fossili: restano dominanti con circa l’87 per cento

Questi numeri non indicano una transizione in atto. Indicano qualcos’altro: un sistema energetico che cresce per accumulazione, non per sostituzione.
Il cuore del problema è qui. Le rinnovabili crescono, è vero. Ma non rimpiazzano le fonti fossili. Si sommano a esse. Il consumo globale di energia continua ad aumentare, spinto dalla crescita demografica, dall’urbanizzazione, dalla digitalizzazione, dall’industrializzazione di Asia e Africa. In questo contesto, le fonti rinnovabili coprono una parte della nuova domanda, ma non erodono in modo significativo il perimetro fossile.
Petrolio, gas e carbone restano la spina dorsale del sistema: per i trasporti, per l’industria pesante, per la produzione elettrica di base, per la stabilità delle reti. Parlare di “uscita dai fossili” diventa, nei fatti, una formula politica più che una descrizione della realtà.
La sovrastima statistica delle rinnovabili non è stata un errore neutro. È stata un’illusione funzionale. Ha permesso di costruire un racconto rassicurante: la transizione è avviata, il peggio è alle spalle, basta accelerare. In realtà, la dipendenza strutturale dai fossili non è mai stata scalfita. È stata solo mascherata da metodologie favorevoli.
La correzione contabile del 2025 rompe questo incantesimo. E spiega perché la notizia sia stata trattata con tanta discrezione.
Questo dato ha implicazioni geopolitiche dirette. Se l’87 per cento dell’energia primaria mondiale resta fossile, allora i grandi produttori di idrocarburi restano centrali, non marginali. Medio Oriente, Russia, Stati Uniti, ma anche Africa e America Latina continuano a occupare una posizione strategica decisiva.
Allo stesso tempo, l’idea che l’Europa possa emanciparsi rapidamente dai fossili attraverso sole rinnovabili appare, alla luce di questi numeri, fragile. Senza nucleare, senza gas di transizione, senza una riduzione reale dei consumi, la sicurezza energetica resta esposta.
C’è infine un paradosso che emerge con forza. Mai come oggi si investe in rinnovabili. Mai come oggi si parla di neutralità climatica. Eppure, mai come oggi il sistema energetico globale è ancora così fossile. Non perché le rinnovabili falliscano, ma perché il mondo consuma sempre più energia e non ha alcuna strategia credibile di riduzione strutturale della domanda.
La transizione energetica, così com’è oggi concepita, non è una sostituzione. È una espansione parallela.
La revisione metodologica dell’International Energy Agency non è un dettaglio tecnico. È uno shock cognitivo. Ci dice che il mondo non sta uscendo dall’era dei fossili, ma ci sta ancora vivendo pienamente. Le rinnovabili crescono, sì. Ma il sistema fossile resta dominante, strutturale, insostituibile nel breve e medio periodo.
Continuare a parlare di transizione senza affrontare questo dato significa alimentare un’illusione. E le illusioni, in geopolitica e in economia, prima o poi presentano il conto.