Il Tribunale penale militare di Aleppo ha pronunciato le prime quattro sentenze per le violenze avvenute lungo la costa siriana nel marzo 2025, quando la repressione di un’insurrezione di sostenitori dell’ex presidente Bashar al-Assad degenerò in massacri contro la popolazione alawita. I verdetti comprendono una condanna a morte, un ergastolo, una pena di vent’anni di carcere e un’assoluzione, mentre altre sentenze sono attese il 24 settembre.
Il procedimento riguarda complessivamente quattordici imputati, sette riconducibili al precedente regime e sette appartenenti alle forze fedeli all’attuale presidente Ahmed al-Sharaa. Un militare delle nuove forze del ministero della Difesa è stato riconosciuto colpevole di omicidio intenzionale e condannato a vent’anni di reclusione, mentre le pene più severe hanno riguardato sostenitori di Assad.
Le violenze esplosero tra il 7 e il 9 marzo 2025 dopo attacchi condotti da militanti fedeli all’ex presidente contro le forze del nuovo governo. La risposta delle forze governative e delle formazioni alleate degenerò in rappresaglie contro la comunità alawita. Quasi 1.500 persone furono uccise in una quarantina di località della costa siriana, tra cui donne, anziani e bambini.
Un’inchiesta di Reuters ricostruì collegamenti tra alcune delle formazioni coinvolte nelle violenze e il nuovo apparato di sicurezza di Damasco. Diversi gruppi erano stati integrati o coordinati dal ministero della Difesa, facendo emergere interrogativi sulle responsabilità ai livelli superiori della catena di comando.
Le autorità siriane hanno scelto di processare sia uomini accusati di aver partecipato all’insurrezione filo Assad sia componenti delle nuove forze di sicurezza accusati delle successive violenze. Già all’apertura dei procedimenti erano tuttavia emersi dubbi da parte di osservatori e organizzazioni siriane sull’indipendenza della magistratura, sulla trasparenza delle prove e sulla capacità delle indagini di raggiungere eventuali responsabilità dei comandanti.
Il ricorso alla pena capitale rappresenta un altro elemento controverso nel processo di transizione giudiziaria. Il nuovo governo ha contemporaneamente abolito il Tribunale antiterrorismo istituito sotto Assad nel 2012 e annullato le sue sentenze, nel tentativo di superare uno degli strumenti giudiziari utilizzati dal precedente regime contro gli oppositori.
Resta delicata la situazione della comunità alawita, che dalla caduta di Assad nel dicembre 2024 ha denunciato rapimenti, sparizioni, sequestri di proprietà e altre violenze. La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha chiesto alle nuove autorità di garantire la protezione delle minoranze e controlli rigorosi sugli ex combattenti incorporati nelle nuove forze armate.
Per il governo di al-Sharaa i procedimenti rappresentano anche un banco di prova nei rapporti con la comunità internazionale, mentre Damasco cerca di consolidare la normalizzazione diplomatica, favorire la rimozione delle sanzioni e attirare investimenti. La credibilità del processo dipenderà soprattutto dalla capacità della magistratura di accertare non soltanto le responsabilità degli esecutori materiali, ma anche quelle degli eventuali comandanti e funzionari coinvolti nelle violenze.




