WASHINGTON — «Inammissibilità permanente». È la formula che chiude la notifica del Dipartimento di Stato mostrata al Times of Israel da un funzionario palestinese: il rifiuto del visto poggia sulla Section 212(a)(3)(B), la norma che sbarra l’ingresso negli Stati Uniti a chiunque «abbia svolto attività terroristiche o sia stato associato a un’organizzazione terroristica». Non un no temporaneo, dunque. Un no per sempre.
Per il secondo anno consecutivo Washington ha respinto la domanda di visto di Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, atteso a New York per l’Assemblea generale dell’Onu. Il suo ufficio è stato informato mercoledì 16 settembre, e rifiuti analoghi sono stati notificati a decine di funzionari dell’Anp che contavano di viaggiare con lui. Abbas era in calendario per il 24 settembre — lo stesso giorno del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu —: parlerà in video, come nel 2025.
Il caso del leader palestinese è la punta di una misura più larga: l’estensione delle sanzioni sui visti ai dirigenti dell’Anp e ai membri dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, riferiscono il New York Times e Reuters. Nel comunicato di mercoledì il Dipartimento di Stato sostiene che l’Anp ha violato la legge americana che punisce Ramallah quando prende di mira Israele nelle sedi internazionali, e definisce il divieto «conseguenza del loro fallimento nel riformarsi»: riforme promesse e mai attuate, impegni sul processo di pace traditi.
Il visto di Abbas è stato negato per gli stessi motivi «terroristici» contestati agli altri funzionari? Non è chiaro: la notifica con il riferimento alla Section 212 riguarda un altro dirigente, e per il presidente il Dipartimento di Stato non ha indicato la base giuridica. Certo è che Ramallah ci aveva sperato fino all’ultimo: le richieste erano state depositate all’inizio di settembre, dopo che Washington aveva fatto sapere che almeno la domanda poteva essere presentata. Ma già ad agosto un funzionario americano aveva avvertito che il divieto sarebbe rimasto.
Il precedente di Arafat
L’anno scorso la stessa decisione aveva una lettura evidente: svuotare la conferenza sui due Stati promossa da Francia e Arabia Saudita alla vigilia della settimana dei leader. Quest’anno una conferenza del genere non è in programma, eppure il divieto è stato confermato e allargato. Il messaggio, stavolta, è più semplice: per l’amministrazione di Donald Trump l’Anp resta fuori dalla porta, con o senza iniziative diplomatiche da affossare.
Non è la prima volta che il Paese ospite dell’Onu chiude l’ingresso alla leadership palestinese. Nel 1988 gli Stati Uniti negarono il visto a Yasser Arafat, allora capo dell’Olp, e l’Assemblea generale rispose spostando un’intera sessione a Ginevra pur di ascoltarlo. L’accordo di sede del 1947 impegna infatti Washington a garantire l’accesso ai delegati diretti al Palazzo di Vetro — un obbligo che gli Stati Uniti hanno sempre interpretato con ampie eccezioni di sicurezza. Nel 2025 l’Assemblea aggirò l’ostacolo a larghissima maggioranza, autorizzando un videomessaggio registrato di Abbas. Lo schema si ripeterà.
Mercoledì, mentre la notifica arrivava a Ramallah, Abbas era al Cairo, ricevuto dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Che, al termine del colloquio, ha respinto ogni ipotesi di «spostamento del popolo palestinese» da Gaza. Il presidente dell’Anp, ottantanovenne, potrà dirlo anche lui il 24 settembre. Ma da uno schermo, a migliaia di chilometri dalla sala dell’Assemblea.




