KIEV — Le perquisizioni del 5 settembre negli uffici della Procura generale. Un alto dirigente arrestato il giorno dopo. E delle registrazioni in cui un uomo con nome in codice «Chancellor» viene protetto da un misterioso «boss». È la ricostruzione dell’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino, il Nabu, e della procura specializzata che lavora al suo fianco: dentro la Procura generale operava un’organizzazione criminale che incassava tangenti dai call center delle truffe telefoniche e riciclava milioni, poi trasformati in immobili e gioielli, riferisce la BBC.
Il finale, per ora, è arrivato su Telegram. Ruslan Kravchenko, procuratore generale dal giugno 2025, si è dimesso: «È una decisione politica. E l’ho presa consapevolmente. Non voglio che la carica di procuratore generale sia usata come strumento di scontro politico», ha scritto, aggiungendo che «la posizione sulle accuse resta invariata». Il presidente Volodymyr Zelensky ha confermato di aver ricevuto la lettera dopo «un incontro piuttosto lungo»: ora tocca alla Verkhovna Rada, il Parlamento di Kiev, votare l’accettazione.
I personaggi dell’inchiesta si sono materializzati uno alla volta. Le perquisizioni hanno toccato gli uffici di Kravchenko, della sua vice Mariia Vdovychenko e del capo dell’amministrazione militare della regione di Odessa, Oleh Kiper. Poi è arrivato l’arresto: Serhij Kropyva, vicecapo del dipartimento per la cooperazione giuridica internazionale della Procura, è in custodia cautelare fino al 2 novembre per decisione dell’Alta corte anticorruzione, con una cauzione fissata a 120 milioni di grivnie, circa 2,3 milioni di euro. È sospettato di aver riciclato oltre 1,7 milioni di euro.
Il «boss» delle intercettazioni
Ma il cuore del giallo sta nelle registrazioni diffuse dagli investigatori. «Chancellor» — cioè Kropyva, secondo l’accusa — gode della protezione di un «boss» identificato solo dal patronimico «Andriiovych» e da un dettaglio biografico: la precedente guida del Servizio fiscale statale. La descrizione, ha scritto il Kyiv Independent, coincide con Ruslan Andriiovych Kravchenko, capo del fisco ucraino da dicembre 2024 al giugno successivo, quando salì al vertice della Procura. In udienza un pubblico ministero anticorruzione ha citato i rapporti stretti fra i due; agli atti figurano anche lavori di ristrutturazione a una villa di Kozyn, sobborgo benestante a sud di Kiev dove Kravchenko abita.
Qui i conti smettono di tornare. Kravchenko non è indagato: gli investigatori non gli hanno contestato nulla formalmente, e lui nega tutto — la villa sarebbe una casa in affitto della famiglia, le accuse «del tutto infondate», mai protetto alcun call center. E allora perché dimettersi? Poche ore prima dell’annuncio aveva sfidato i deputati che lo attendevano in commissione: «Se vogliono le mie dimissioni, c’è una procedura: la Rada può rimuovermi». Poi l’incontro con Zelensky, e la resa. La partita vera si gioca lì: dopo mesi di scontro tra il potere politico e le agenzie anticorruzione, il presidente non può permettersi un nuovo braccio di ferro proprio ora — lo status di candidato all’Unione europea è condizionato a una lotta credibile alla corruzione, e domenica erano a Kiev gli inviati di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, con nuove proposte per un pacchetto di pace.
Kravchenko è la terza figura di peso travolta dalle indagini del Nabu in pochi mesi. Restano i punti aperti: chi guiderà la Procura non è stato annunciato, il voto del Parlamento è ancora pendente, e soprattutto non è chiaro se gli investigatori trasformeranno il «boss» delle intercettazioni in un indagato con nome e cognome. La risposta, più delle dimissioni, dirà quanto vale davvero l’anticorruzione ucraina.
