di Marco Mizzau * –
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco 2025, la diagnosi è stata esplicita: l’ordine internazionale post-1945 non esiste più. Leader europei e statunitensi hanno riconosciuto l’ingresso in una fase di competizione tra grandi potenze. Non si tratta di una crisi temporanea, ma di un cambio di fase strutturale.
Siamo entrati in una fase di disordine sistemico, in cui le regole multilaterali hanno perso capacità coercitiva e la dinamica prevalente è quella della potenza relativa. In questa fase, la competizione non è episodica: è strutturale, multidimensionale e permanente.
In questo contesto, le relazioni tra Unione Europea e Israele non possono essere lette come dossier regionale. Sono un segmento di un riassetto globale del potere.
Il sistema occidentale costituisce ancora l’architettura di riferimento: Stati Uniti, NATO, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud, Australia. È un blocco fondato su interconnessione finanziaria, interoperabilità militare ed integrazione tecnologica.
Accanto ad esso, il cluster BRICS+ rappresenta un riferimento politico-economico alternativo ma eterogeneo: Cina, Russia, India, Brasile, Sudafrica e paesi aggregati. Tuttavia, la Cina opera come ulteriore polo sistemico autonomo. Pur formalmente interna ai BRICS, è di fatto un centro di potere a sé, con massa industriale, capacità tecnologica e leva finanziaria incomparabili rispetto agli altri membri.
A questo si aggiunge una categoria crescente di potenze pivot o swing states, cioè Arabia Saudita, Turchia, Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Messico che massimizzano margini di manovra evitando allineamenti rigidi.
Il sistema è entrato in una fase ad alta conflittualità: 61 conflitti attivi, il livello più alto dal 1946. Le autocrazie (91) superano numericamente le democrazie (89) e il 71% della popolazione mondiale vive in sistemi non democratici. Questo dato non è ideologico: è strutturale. Indica che la distribuzione del potere globale si sta spostando verso modelli decisionali più centralizzati e più rapidi.
In questo scenario, la distinzione tra ordine interno ed esterno si assottiglia. Le relazioni internazionali sono dominate da dinamiche di potenza pura, perché non esiste un’autorità sovraordinata capace di imporre regole ai principali attori. I conflitti tra Stati si articolano su cinque piani principali: guerre commerciali ed economiche, guerre tecnologiche, guerre geopolitiche per alleanze e territori, guerre finanziarie, del capitale e guerre militari.
La maggior parte delle competizioni si sviluppa inizialmente nei primi quattro ambiti. Quando la soglia si alza, tutte le dimensioni vengono simultaneamente attivate.
UE e Israele operano dentro questo schema.
Il rapporto UE–Israele nasce in un contesto storico segnato dalla ricostruzione europea e dalla ricerca israeliana di integrazione internazionale. Già negli anni Cinquanta Israele guardava all’Europa come spazio di legittimazione economica e politica. Il percorso si consolida con l’Accordo di Libero Scambio del 1975, l’Accordo di Associazione del 1995, l’inclusione nei programmi di cooperazione scientifica e tecnologica ed il coinvolgimento nella Politica Europea di Vicinato.
L’UE è il principale partner commerciale di Israele, mentre Israele rappresenta una quota limitata del commercio europeo. Questa asimmetria economica costituisce una potenziale leva di influenza europea, ma non si traduce automaticamente in potere politico.
Dal punto di vista teorico, l’UE tende a proiettare una combinazione di potere normativo e potere di mercato, utilizzando il mercato unico come strumento di esternalizzazione regolatoria. Tuttavia, nei dossier di sicurezza, la leva normativa incontra alcuni limiti strutturali.
Israele rappresenta oggi una delle democrazie tecnologicamente più avanzate al mondo, inserita in un ambiente di sicurezza strutturalmente instabile. La sua strategia si fonda su tre pilastri: partnership strategica con gli Stati Uniti, gestione dei contenziosi territoriali ed attivismo nelle organizzazioni internazionali. La cooperazione con Washington è centrale sul piano militare, tecnologico e dell’intelligence.
Questa architettura di sicurezza condiziona inevitabilmente il margine di manovra europeo.
Israele ha trasformato la pressione geopolitica in vantaggio competitivo tecnologico. Nei settori in cui l’intelligenza artificiale si traduce direttamente in capacità operativa — difesa, cyber security e gestione di sistemi complessi — l’innovazione non è un’estensione del mercato, ma una componente della sicurezza nazionale.
La sovranità digitale è oggi una categoria strategica comparabile al controllo delle rotte marittime nel XIX secolo o delle risorse energetiche nel XX. Geopolitica e digitale coincidono. Il controllo delle infrastrutture digitali, degli standard tecnologici e dei flussi informativi determina non solo la sicurezza, ma la capacità di uno Stato di operare con continuità.
In questo contesto, l’ecosistema israeliano integra sicurezza, innovazione e rapidità decisionale. L’AI non è semplicemente un settore industriale: è un moltiplicatore di resilienza strategica.
L’Unione Europea dispone di un potenziale strategico superiore a quanto spesso eserciti, ma la frammentazione decisionale ne limita la velocità operativa. Nella competizione tecnologica avanzata, deve consolidare capacità industriali autonome per evitare dipendenze strategiche.
La cooperazione UE–Israele nel dominio digitale può assumere valore sistemico: resilienza delle infrastrutture, sicurezza delle supply chain tecnologiche, protezione dei dati critici ed interoperabilità difensiva. Ma deve essere inserita in una visione coerente di sovranità digitale europea.
Nel nuovo ordine, il capitale è uno strumento di potere.
Le guerre del capitale si manifestano attraverso sanzioni, restrizioni finanziarie, controllo dell’accesso ai mercati e limitazioni al credito. Le guerre tecnologiche limitano il trasferimento di know-how. Le guerre commerciali ridefiniscono catene di approvvigionamento.
L’Unione Europea è uno dei principali partner commerciali di Israele. Israele è un nodo ad alta intensità di capitale tecnologico globale. Questa interdipendenza crea leve reciproche ma anche vulnerabilità potenziali.
L’instabilità regionale aumenta premi al rischio su energia, assicurazioni marittime ed infrastrutture mediterranee. L’Europa assorbe parte della volatilità attraverso il costo energetico e la pressione politica interna. Israele la assorbe attraverso rischio paese e flussi di capitale sensibili alla sicurezza.
In un contesto di conflitto multidimensionale, il capitale non è neutrale. È selettivo, rapido e geopoliticamente consapevole.
Per un investitore strategico, il quadro è chiaro: la competizione tra grandi potenze non è episodica. È la condizione strutturale del ciclo attuale.
Nel breve periodo, l’aumento dei conflitti amplifica volatilità su energia, difesa, cyber security e logistica marittima. Nel lungo periodo, la variabile chiave è la capacità dei sistemi politici di mantenere continuità operativa sotto pressione. La sovranità digitale diventa un criterio di valutazione strategica degli Stati.
Gli investitori devono distinguere tra economie che controllano infrastrutture digitali e quelle che ne dipendono. La differenza determina la capacità di resistere a shock sistemici.
Per l’Europa, la sfida è trasformare un potere normativo in capacità strategica operativa.
Il Mediterraneo è uno spazio di concentrazione di rischio e opportunità: energia, cavi sottomarini, rotte commerciali e sicurezza marittima. L’Italia possiede una posizione geografica che può diventare leva infrastrutturale e digitale.
Una cooperazione strutturata UE–Israele su sicurezza delle infrastrutture, innovazione tecnologica e resilienza energetica rafforzerebbe l’architettura euro-mediterranea.
Ma richiede decisioni rapide e coerenza tra strategia e strumenti.
Il nuovo ordine internazionale è caratterizzato da competizione tra grandi potenze, conflitto multidimensionale e indebolimento delle regole sovranazionali. Il sistema occidentale resta un’architettura integrata ma deve adattarsi ad un ambiente più conflittuale. La Cina opera come polo sistemico autonomo. Le potenze pivot ampliano la fluidità del sistema.
In questo contesto, le relazioni UE–Israele assumono valore strutturale: connettono mercato, tecnologia e sicurezza dentro uno spazio euro-mediterraneo ad alta rilevanza strategica.
La variabile decisiva non è la retorica politica. È il controllo delle infrastrutture critiche, del capitale tecnologico e della sovranità digitale.
Nel nuovo ordine globale, la sovranità non si misura solo in territorio, ma in controllo delle infrastrutture digitali e capacità di integrazione tecnologica.
* Marco Mizzau, già Amministratore Delegato e dirigente d’azienda italiano, è analista strategico con focus su geopolitica economica, intelligenza artificiale e dinamiche di potere globale. La sua attività di analisi si concentra sull’impatto delle tecnologie avanzate e dei modelli decisionali sulla competitività degli Stati, delle imprese e delle istituzioni, con particolare attenzione ai casi di Stati Uniti, Cina, Russia, Israele ed Europa. È autore di articoli di analisi sui temi della sovranità tecnologica, della trasformazione industriale e dell’evoluzione dell’ordine economico globale. Consulente di fondi di investimento americani.












