DUBLINO — Due giorni di lavori, i ministri delle Finanze dei Ventisette attorno allo stesso tavolo, e una domanda che nessuno può più eludere: chi paga il conto del petrolio sopra i 100 dollari? Alla riunione informale dell’Ecofin apertasi oggi a Dublino, sotto presidenza irlandese, il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha messo la Commissione europea con le spalle al muro: Bruxelles — ha detto — deve «presentare finalmente proposte su come potrebbe essere una tassa sugli extraprofitti, in particolare per le compagnie petrolifere». E ne ha criticato apertamente la riluttanza.
L’esito, per ora, è un nulla di fatto. La Commissione non ha portato al tavolo alcuna proposta legislativa, e la presidenza irlandese non ha voluto prendere posizione. Ma la pressione sale, perché i numeri sono ormai sul tavolo di tutti: secondo Transport & Environment, organizzazione ambientalista con sede a Bruxelles, otto compagnie petrolifere hanno accumulato in Europa 7,5 miliardi di euro di extraprofitti nel solo primo semestre del 2026, calcolati confrontando gli utili dei trimestri di guerra con gli stessi periodi del 2025.
La mossa di Klingbeil non nasce oggi. In agosto sei governi — Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna — avevano scritto alla presidenza irlandese per chiedere di mettere all’ordine del giorno di Dublino un quadro europeo di tassazione degli extraprofitti; la lettera, vista da Reuters, invocava le lezioni del prelievo temporaneo del 2022. «I profitti eccessivi di crisi devono tornare ai consumatori», aveva sintetizzato allora una fonte del ministero tedesco. Il gettito servirebbe a finanziare sostegni per famiglie e imprese schiacciate dalle bollette.
Il padrone di casa, il ministro delle Finanze irlandese Simon Harris, ha scelto un’altra strada: la risposta più efficace ai prezzi — ha detto — non è una tassa ma la de-escalation in Medio Oriente e la riapertura dello stretto di Hormuz, il passaggio tra Iran e Oman da cui transita gran parte degli idrocarburi mondiali, paralizzato dagli attacchi iraniani al traffico marittimo seguiti alle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro Teheran, avviate in febbraio. Intanto i mercati oscillano: a metà giornata il Brent trattava a 98,64 dollari, in lieve calo, mentre il gas sul listino di Amsterdam saliva oltre i 78 euro.
Il precedente del 2022
Perché Bruxelles esita? Perché il precedente non è incoraggiante. Nell’ottobre 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Consiglio adottò un «contributo di solidarietà» temporaneo sui sovraprofitti di petrolio, gas, carbone e raffinazione: aliquota minima del 33 per cento sulla quota di utili superiore del 20 per cento alla media dal 2018. Il bilancio fu magro: secondo un rapporto della Commissione, quelle entrate coprirono appena il 7 per cento dei 340 miliardi di euro spesi dagli Stati membri in misure di sostegno energetico — e solo 19 Paesi su 27 fornirono le cifre.
Già in aprile alcuni degli stessi governi avevano chiesto un prelievo sui profitti petroliferi, senza esito, e 31 organizzazioni non governative europee — tra cui Oxfam e Wwf — avevano scritto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen stimando in 24 miliardi l’extraprofitto 2026 sui soli carburanti per auto. Il messaggio di oggi, più che alle compagnie, era diretto proprio a lei. Klingbeil sa che una tassa europea richiede tempi lunghi e unanimità difficili; ma sa anche che, con le bollette in salita e i bilanci nazionali sotto pressione, mostrare ai propri elettori di aver indicato un colpevole — e un pagatore — vale già metà della partita.



