di Giuseppe Gagliano –
La frontiera tra Afghanistan e Pakistan torna a essere uno dei punti più instabili dell’Asia. Dietro i toni prudenti dei comunicati ufficiali, Kabul e Islamabad si accusano reciprocamente di tollerare gruppi jihadisti e di usare milizie armate come strumenti di pressione politica e strategica.
Secondo fonti vicine al Ministero dell’Interno talebano, una missione segreta condotta dall’intelligence afghana avrebbe individuato oltre quarantacinque campi collegati allo Stato Islamico della Provincia del Khorasan tra Belucistan e Khyber Pakhtunkhwa, in territorio pakistano. Per i talebani, queste strutture non sarebbero semplici rifugi jihadisti, ma basi operative destinate a destabilizzare l’Afghanistan e logorare il nuovo Emirato islamico.
Islamabad respinge implicitamente le accuse e continua invece a denunciare il ruolo del Tehrik-e-Taliban Pakistan, il movimento talebano pakistano responsabile di numerosi attentati contro le forze di sicurezza del Paese, che secondo il governo pakistano troverebbe rifugio oltre confine in Afghanistan. Si crea così una dinamica speculare: Kabul accusa il Pakistan di favorire l’ISKP, mentre Islamabad sostiene che l’Afghanistan protegga i talebani pakistani.
La tensione riporta al centro la Linea Durand, il confine contestato tra i due Paesi, mai pienamente riconosciuto dai governi afghani. In questo contesto, il rischio è l’espansione di una “guerra grigia” fatta di operazioni clandestine, infiltrazioni, attentati, accuse reciproche e pressioni indirette attraverso gruppi armati.
Dal punto di vista militare, la minaccia dello Stato Islamico del Khorasan rappresenta una sfida diretta alla legittimità dei talebani. L’organizzazione jihadista non mira solo a colpire obiettivi civili o governativi, ma punta a delegittimare l’Emirato islamico accusandolo di non applicare una linea religiosa sufficientemente radicale e di non essere in grado di garantire sicurezza.
Un eventuale deterioramento della situazione potrebbe avere conseguenze economiche immediate. I valichi di Torkham e Chaman sono vitali per il commercio afghano e per il transito di carburanti, alimenti e merci. Ogni chiusura o crisi militare lungo il confine rischia di aggravare l’instabilità economica di entrambi i Paesi. Anche il Pakistan, già alle prese con crisi finanziarie ed energetiche, teme ripercussioni soprattutto nel Belucistan, area strategica per il porto di Gwadar e per il Corridoio economico Cina-Pakistan sostenuto da Pechino.
Sul piano geopolitico, la crisi mostra il fallimento della storica strategia pakistana di considerare i talebani afghani come un alleato controllabile contro l’influenza indiana. Tornati al potere, i talebani hanno invece mostrato una propria autonomia politica e ideologica, alimentando diffidenze reciproche tra Kabul e Islamabad.
Nella crisi osservano con attenzione anche altri attori regionali: Cina, Iran, Russia e monarchie del Golfo temono che l’instabilità favorisca l’espansione jihadista e comprometta sicurezza, commerci e investimenti strategici. Il rischio principale, secondo l’analisi, è l’avvio di una lunga guerra per procura fatta di operazioni indirette e destabilizzazione continua, nella quale lo Stato Islamico del Khorasan potrebbe rafforzarsi sfruttando le rivalità tra Afghanistan e Pakistan.












