MASCATE — Nel fine settimana, dentro l’ambasciata americana di Mascate, la capitale dell’Oman, si sono seduti allo stesso tavolo funzionari statunitensi e una delegazione degli Houthi, il movimento sciita che controlla il nord dello Yemen. A guidarla, riferisce Reuters, erano il portavoce e capo negoziatore Mohammed Abdul Salam e il dirigente Abdelmalik al-Ajri — entrambi nella lista delle sanzioni americane, entrambi residenti da anni nella capitale omanita. La mediazione era del governo dell’Oman. La posta in gioco: la navigazione nel Mar Rosso, con il petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da metà maggio.
Il messaggio consegnato agli americani è netto. Gli Houthi non hanno intenzione di attaccare navi statunitensi e rispetteranno la tregua firmata con Washington nel 2025; risparmieranno anche le navi israeliane e i mercantili commerciali. Con un’eccezione, esplicita: le unità battenti bandiera saudita.
Il Dipartimento di Stato non ha confermato l’incontro, limitandosi a ribadire che la libertà di navigazione nel Mar Rosso e il contrasto al terrorismo sono interessi centrali americani. Ma i contatti non sono più un segreto: sia il presidente Donald Trump sia il vicepresidente JD Vance li hanno ammessi pubblicamente — un dettaglio non da poco, visto che dal marzo 2025 gli Houthi figurano nella lista americana delle organizzazioni terroristiche straniere, la stessa in cui stanno Al Qaeda e lo Stato islamico.
La partita vera è tutta qui: Washington separa il destino delle proprie navi dalla guerra dell’Arabia Saudita, e gli Houthi incassano la spaccatura del fronte avversario.
Missili su Yanbu
Perché mentre a Mascate si trattava, sul campo si sparava. Ieri sera gli Houthi hanno rivendicato in un comunicato «due operazioni militari ad alta intensità»: decine di missili balistici e droni suicidi contro gli impianti della compagnia petrolifera di Stato Saudi Aramco a Yanbu — il terminale sul Mar Rosso collegato dall’oleodotto est-ovest, la via alternativa allo stretto di Hormuz — con «incendi vasti e distruzione», e poi missili sulla base aerea di Khamis Mushait, nel sud del regno. «Manterremo la formula del blocco contro blocco e dell’escalation contro escalation», fino alla fine dell’assedio saudita, dice il comunicato, che accusa la coalizione di oltre 450 raid in una settimana e rivendica — senza fornire prove — l’abbattimento di un caccia F-15 saudita sui cieli di Marib.
Sul terreno il rapporto di forza parla chiaro. Il 10 settembre gli Houthi hanno preso all’alba la città portuale di Mokha e poi le isole dello stretto di Bab al-Mandeb, compresa Perim, completando la conquista dell’intera costa yemenita del Mar Rosso. «Gli Houthi hanno la mano forte adesso», ha detto da Sanaa l’inviato di Al Jazeera Yousef Mawry. I mercati lo hanno capito prima dei governi: negli Stati Uniti il diesel ha superato i 6 dollari al gallone.
Riad ha provato la carta più alta. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha telefonato personalmente a Trump per chiedere sostegno militare: Washington ha escluso l’intervento diretto, offrendo solo supporto d’intelligence. Al regno resta l’Alleanza multinazionale di difesa marittima nata il 30 luglio con Turchia, Pakistan, Egitto e altri per proteggere Bab al-Mandeb, mentre l’Oman prepara un vertice dei Paesi del Golfo sulla riapertura dei traffici. Il calcolo di Trump, alla fine, è semplice: la libertà di navigazione — e il prezzo del greggio — valgono più della guerra dei sauditi. Gli Houthi lo hanno capito, e negoziano con una mano mentre sparano con l’altra.




