WASHINGTON — La coda del Boeing E-3 Sentry, il grande aereo radar quadrimotore che fa da occhio volante alle forze americane, giace tranciata di netto accanto alla fusoliera carbonizzata, il disco del radar ancora appollaiato sopra i rottami. La scena è la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita. La fotografia è una delle sei ottenute in esclusiva da CBS News, che le ha pubblicate martedì sera.
Le immagini, inviate da militari americani in servizio che hanno chiesto l’anonimato per le rigide restrizioni imposte dal Pentagono alla comunicazione con la stampa, mostrano per la prima volta l’estensione dei danni inflitti da missili e droni iraniani alle basi statunitensi in Medio Oriente: edifici sventrati, mezzi distrutti, installazioni colpite in Arabia Saudita e Kuwait. Danni che, finora, nessuno aveva raccontato agli americani.
È proprio questo il punto, per chi ha fatto uscire le foto. «Sono danni gravissimi alle nostre basi, e non sono mai stati comunicati al pubblico americano», ha detto all’emittente uno dei militari schierati nella regione. E poi, con un’immagine che vale un rapporto: «Stiamo lì fermi, a occhi chiusi, a prendere pugni in faccia».
Perché rischiare la corte marziale per far filtrare qualche scatto? La risposta sta nel destinatario: quelle foto non parlano a Teheran, che i suoi colpi li conosce, ma a Washington, dove il costo reale della guerra resta fuori dal dibattito pubblico. Le immagini reggono anche alla verifica: la prima coincide con quelle autenticate dalla BBC già in marzo — quando era emersa la notizia di un E-3 danneggiato e di 12 militari feriti nella stessa base — e in un angolo si legge il cartello «35L S2», la sigla di una delle piste di Prince Sultan.
La promessa di Trump
Fotografie che rendono stridente l’ottimismo esibito nelle stesse ore dalla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti sono «si spera verso la fine» della guerra con l’Iran, e di aver parlato con Teheran «direttamente». Il 13 settembre, dal suo resort irlandese di Doonbeg, aveva assicurato che il conflitto finirà «subito dopo le elezioni di metà mandato, forse prima» — il voto di novembre che rinnova il Congresso — sostenendo che gli iraniani «chiamano di continuo» per trattare. Ma nessun negoziato è stato riaperto dopo il fallimento dei precedenti cessate il fuoco.
Intanto il fronte si allarga. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha chiesto de-escalation e diplomazia mentre si intensificano i combattimenti in Yemen tra i ribelli houthi e l’Arabia Saudita. Il portavoce del comando militare americano per il Medio Oriente, Tim Hawkins, ha confermato che gli Stati Uniti seguono il conflitto yemenita e sostengono sul terreno i partner sauditi.
Da Teheran, il Tehran Times — quotidiano vicino al potere iraniano — celebra le foto come prova di «hangar spianati e caserme svuotate», e vi legge il segno dell’esaurimento delle munizioni americane. Propaganda, ma costruita su immagini vere.
C’è poi un numero, l’unico che il Pentagono abbia comunicato ufficialmente: il comando per il Medio Oriente ha annunciato il settimo militare americano caduto dall’inizio del conflitto. Una cifra piccola, accanto agli aerei decapitati e agli hangar anneriti delle fotografie. Ed è proprio la distanza tra quel bilancio ufficiale e quelle sei immagini a misurare quanto, di questa guerra, l’America non ha ancora visto.




