Gli incontri di commiato dell’ambasciatore cinese Zhao Xing con il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi e con il ministro dell’Interno Sirajuddin Haqqani hanno riportato l’attenzione sulle preoccupazioni di Pechino per la sicurezza dell’Afghanistan e, in particolare, per la presenza di militanti uiguri nelle aree vicine allo Xinjiang. I comunicati ufficiali hanno riferito di cooperazione politica e sicurezza regionale, senza tuttavia confermare che il tema centrale dei colloqui sia stato l’aumento della presenza jihadista uigura nel Badakhshan.
La regione afghana assume particolare importanza per la Cina perché si estende fino al corridoio del Wakhan, la sottile fascia montuosa che collega l’Afghanistan allo Xinjiang. Pechino teme che militanti del Partito islamico del Turkestan, indicato anche come Movimento islamico del Turkestan orientale, possano utilizzare il territorio afghano come rifugio, base di addestramento o piattaforma per attività contro la Cina. Rapporti delle Nazioni Unite hanno segnalato la presenza nel Paese di combattenti appartenenti a organizzazioni jihadiste straniere, anche se consistenza e capacità operative restano difficili da verificare.
I talebani hanno più volte assicurato che il territorio afghano non sarà utilizzato per minacciare altri Paesi. Kabul deve però conciliare le richieste di sicurezza di Cina, Russia, Iran e Stati dell’Asia centrale con i rapporti costruiti durante la guerra con alcune formazioni jihadiste straniere. La strategia adottata sembra puntare soprattutto al contenimento dei militanti, attraverso sorveglianza, dispersione e allontanamento dalle aree prossime alla frontiera cinese.
In questo quadro Sirajuddin Haqqani riveste un ruolo centrale, poiché il ministero dell’Interno controlla una parte fondamentale dell’apparato di sicurezza afghano. Pechino si trova così a chiedere al governo talebano di garantire il contenimento delle organizzazioni jihadiste considerate una minaccia per la sicurezza cinese.
Dal punto di vista militare, i gruppi uiguri presenti in Afghanistan non sembrano disporre delle capacità necessarie per aprire un fronte convenzionale contro la Cina. Il corridoio del Wakhan è impervio e scarsamente collegato, mentre il versante cinese è sottoposto a una forte sorveglianza. Il rischio riguarda soprattutto piccoli nuclei clandestini, possibili attentati contro cittadini e interessi cinesi e collegamenti con altre organizzazioni jihadiste, compreso lo Stato islamico della provincia del Khorasan.
La sicurezza condiziona anche i progetti economici di Pechino. La Cina guarda alle risorse afghane, dal rame al ferro, dal petrolio ai minerali strategici, e alla possibile integrazione del Paese nelle proprie reti commerciali regionali. Gli investimenti su vasta scala restano tuttavia frenati dall’instabilità e dall’assenza di sufficienti garanzie. Per Kabul la cooperazione antiterrorismo rappresenta quindi anche uno strumento per ottenere commercio, investimenti e maggiore apertura diplomatica da parte cinese.
Pechino mantiene rapporti ufficiali con le autorità talebane e ha accolto un loro ambasciatore, pur senza aver formalmente riconosciuto il governo. La strategia cinese punta soprattutto a ottenere un Afghanistan stabile e prevedibile, capace di impedire che organizzazioni armate utilizzino il suo territorio contro la Cina.
Gli incontri di Zhao Xing si inseriscono in questo equilibrio tra sicurezza e interessi economici. La consistenza della minaccia jihadista uigura resta difficile da determinare con precisione, ma rappresenta per Pechino una delle principali questioni di sicurezza nei rapporti con Kabul. La tenuta della strategia dipenderà soprattutto dalla capacità e dalla volontà dei talebani di mantenere gli impegni assunti sul contenimento dei gruppi armati stranieri.



