Cipro. Le basi britanniche e il ritorno della questione coloniale

di Giuseppe Gagliano

L’attacco con droni contro la base della RAF ad Akrotiri ha cambiato la percezione strategica di Cipro. Fino a pochi giorni fa le installazioni britanniche sull’isola venivano considerate da Londra un’infrastruttura avanzata ma relativamente protetta, utile per proiezione aerea, intelligence e supporto logistico nel Levante. Oggi, invece, quelle stesse basi appaiono agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica cipriota come un fattore di esposizione diretta al conflitto mediorientale. Il Guardian riferisce di proteste a Nicosia e di richieste sempre più esplicite di chiusura delle basi, mentre le autorità cipriote ammettono che il bersaglio principale dell’attacco era la struttura britannica e non la Repubblica di Cipro in quanto tale.
La rabbia che si è riversata nelle strade della capitale non nasce solo dal danno materiale provocato dal raid. Nasce soprattutto dalla sensazione che Cipro stia pagando il prezzo della sua posizione geografica e di un’eredità storica mai davvero metabolizzata. L’isola teme di essere trascinata nel confronto tra Iran, Israele, Stati Uniti e loro alleati senza avere il controllo politico delle decisioni che la espongono. Non è un caso che, dopo il colpo su Akrotiri, siano aumentate le critiche verso Londra per non aver dato sufficiente peso agli avvertimenti sul rischio di attacchi provenienti dal fronte libanese. Secondo il Guardian e altre fonti, il drone che ha colpito la base sarebbe partito dal Libano, mentre altri velivoli sono stati intercettati nei pressi dell’isola.
Le basi di Akrotiri e Dhekelia non sono una presenza militare qualsiasi. Restano sotto sovranità britannica dal 1960, cioè dall’indipendenza di Cipro, in virtù del Trattato di istituzione della Repubblica. In altre parole, non si tratta di semplici strutture concesse in uso, ma di veri territori sovrani britannici mantenuti da Londra come eredità del passaggio postcoloniale. Questo dato giuridico spiega perché ogni crisi regionale riapra una ferita politica mai chiusa: per molti ciprioti quelle basi non rappresentano solo un presidio occidentale, ma la sopravvivenza concreta di un ordine coloniale che continua a condizionare la sovranità dell’isola.
Dal punto di vista britannico, però, Akrotiri è troppo importante per essere messa in discussione. La posizione di Cipro, all’estremità orientale del Mediterraneo, offre una piattaforma ideale per operazioni aeree verso Levante, Mar Rosso e Golfo. Reuters ha riferito che, dopo l’attacco, Londra ha rafforzato la difesa dell’isola con elicotteri dotati di capacità anti-drone, un cacciatorpediniere e il coordinamento con Francia e Grecia per la protezione aerea. Questo conferma un punto essenziale: per il Regno Unito le basi cipriote non sono un residuo simbolico, ma un tassello vivo della propria architettura militare regionale.
Il problema, per Londra, è che la logica militare non coincide più con quella politica. Più Akrotiri diventa utile nelle operazioni legate alla crisi iraniana, più diventa impopolare a Cipro. Più la base assume valore strategico, più cresce il suo costo politico locale. È questa la contraddizione emersa con forza dopo il raid: ciò che per il Regno Unito è una risorsa militare, per una parte dei ciprioti è una calamita per missili e droni.
Per questo la protesta non va letta come una semplice fiammata emotiva. Essa segnala qualcosa di più profondo: la fine dell’idea che le basi britanniche possano restare fuori dal dibattito nazionale cipriota. Se fino a ieri erano considerate un dato storico intoccabile, oggi diventano oggetto di contestazione politica aperta. E quando una base militare smette di essere percepita come garanzia di sicurezza e comincia a essere vista come minaccia, il problema non è più solo militare. Diventa un problema di legittimità.
In fondo, la questione cipriota rimette sul tavolo una verità che Londra preferirebbe evitare: nel Mediterraneo orientale la geografia conta, ma conta anche la memoria. E quando la memoria coloniale incontra la guerra regionale, anche una base apparentemente intoccabile può trasformarsi in un punto di crisi.