STRASBURGO — Da un’ora, nell’emiciclo dell’edificio Weiss, Ursula von der Leyen tiene in mano il discorso più conteso dell’anno: una dozzina di pagine, frutto di mesi di pressioni incrociate da capitali e gruppi industriali, riferisce Contexte, sito specializzato di Bruxelles. È il quattordicesimo discorso sullo stato dell’Unione — la tradizione risale al 2010 — e la presidente della Commissione lo pronuncia davanti a un Parlamento presieduto da Roberta Metsola, la popolare maltese, con il dibattito con gli eurodeputati in coda fino a mezzogiorno.
I contenuti sono rimasti riservati fino all’ultimo, ma il perimetro è noto: sicurezza e difesa, il sostegno all’Ucraina — altri 90 miliardi di euro per il bilancio e le forze armate di Kiev nel 2026-2027, oltre ai più di 200 già erogati —, competitività, migrazione e indipendenza strategica. È il bilancio di un anno e la piattaforma del prossimo, pronunciato nel momento in cui Washington torna a mostrare i denti sul commercio.
L’aula che la ascolta non è pacificata. Ieri, alla vigilia, la plenaria si è spaccata sulla migrazione con un richiamo diventato slogan — «Sapete dov’è Ceuta?» —, riferito all’enclave spagnola in Marocco teatro a fine luglio di nuovi tentativi di ingresso. E il regolamento che legalizza i «return hubs», i centri di rimpatrio fuori dai confini dell’Unione, approvato a giugno, resta una ferita aperta tra i gruppi.
Le promesse dell’anno scorso
Che cosa resta del discorso del 2025? Parecchio, a guardare i dossier. Il «prestito di riparazione» costruito sui 210 miliardi di attivi immobilizzati della Banca centrale russa ha preso forma; i dazi e i contingenti sull’acciaio contro la sovraccapacità cinese sono in vigore da inizio luglio; l’accordo commerciale con l’India è stato firmato quest’anno. Ma la sospensione parziale dell’accordo di associazione con Israele è ferma — Spagna, Irlanda e Belgio spingono, Germania, Austria e Repubblica ceca frenano — e della «coalizione di paesi affini» per riformare il commercio globale, invocata anche dal premier canadese Mark Carney, si è fatto poco. Le sanzioni ai coloni violenti sono arrivate solo a maggio, dopo il cambio di governo in Ungheria.
Sul commercio, intanto, la vigilia ha portato un avvertimento pesante. Lunedì Washington ha minacciato ritorsioni contro la preferenza «made in Europe» inserita nel fondo per la competitività del prossimo bilancio pluriennale: quelle clausole, secondo l’amministrazione americana, «ostacolerebbero» il partenariato con gli Stati Uniti. Il vero destinatario di una parte del discorso, più che l’emiciclo, è dunque la Casa Bianca: ogni parola sulla sovranità industriale europea verrà pesata oltre Atlantico.
C’è poi l’estate che l’Europa si lascia alle spalle, segnata dagli incendi: la Commissione ha coordinato 777 vigili del fuoco e 41 aerei antincendio tra gli Stati membri, un numero che von der Leyen rivendicherà come prova che l’Unione serve quando le capitali da sole non bastano. Sull’intelligenza artificiale, invece, la critica è già arrivata prima del discorso: per lo European Policy Centre, think tank di Bruxelles, la Commissione si è concentrata sull’equilibrio tra regole e adozione trascurando gli effetti su lavoro, redditi e coesione territoriale.
Resta il calcolo politico che spiega il tono atteso. Alla vigilia The Guardian e Le Monde hanno segnalato un sondaggio impietoso: scarsa notorietà della presidente tra i cittadini e il 45 per cento di giudizi negativi in Germania, il suo Paese. Il 9 settembre, su X, von der Leyen aveva scritto soltanto: «Ci vediamo tutti a Strasburgo il 16 settembre». Oggi a Strasburgo non parla solo per l’Unione. Parla anche per sé.



