ANKARA — Prelevata in casa a Istanbul, trasferita nella capitale per l’interrogatorio, poi la cella. Un tribunale di Ankara ha disposto mercoledì l’arresto in attesa di giudizio di Tuğba Tekerek, giornalista freelance che collabora con Deutsche Welle, l’emittente internazionale finanziata dallo Stato tedesco, nota per i suoi reportage sulla comunità Lgbt in Georgia. Con lei finiscono in carcere altre sette persone: i membri del consiglio direttivo di Kaos GL, la più antica organizzazione per i diritti Lgbt della Turchia.

Le accuse sono violazione della legge sulle associazioni e favoreggiamento nella pubblicazione di contenuti osceni. Perché anche una giornalista? Il tribunale ha motivato la decisione con i ruoli ricoperti nell’associazione e con i post sui social. È il culmine della più ampia retata contro la comunità Lgbt turca degli ultimi anni: almeno 47 fermi dalle irruzioni del fine settimana in uffici, bar e abitazioni private, riferisce il Guardian. Il sindacato dei giornalisti turchi chiede il rilascio immediato di Tekerek.

I numeri raccontano un’operazione coordinata su scala nazionale. La procura capo di Istanbul parla di blitz in 12 province contro 38 sospetti, 26 dei quali fermati, con sequestri di droga, apparecchiature digitali, alcol di contrabbando e un’arma. Quella di Ankara ha aggiunto altri 21 fermi nell’indagine su Kaos GL, con cinque persone ancora ricercate. L’associazione conta almeno 50 attivisti finiti in stato di fermo, oltre dieci dei quali prelevati direttamente in casa.

Il governo rivendica tutto. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha battezzato l’operazione «La mia famiglia è al sicuro»: serve, ha detto, a «proteggere i nostri bambini, l’istituzione della famiglia e l’ordine sociale». Su X ha annunciato procedimenti contro 162 persone, nove associazioni e tredici società, senza precisare quanti fossero i fermati. La campagna viene presentata come attuazione del «Decennio della famiglia e della popolazione 2026-2035», l’iniziativa del presidente Recep Tayyip Erdoğan contro il calo della natalità.

Lacrimogeni e siti oscurati

Intanto la piazza si è mossa, e la polizia ha risposto. A İzmir, terza città del Paese, i manifestanti sono stati dispersi con i gas e alcuni hanno avuto bisogno di cure. A Istanbul le organizzazioni per i diritti umani contano almeno 150 fermi tra chi protestava, decine davanti al tribunale di Çağlayan; altre decine ad Ankara. La stretta corre anche in rete: oscurati i siti e gli account social di otto associazioni Lgbt — colpiti perfino i gruppi di prevenzione dell’Hiv, in cinque città.

Le reazioni internazionali sono arrivate subito. Human Rights Watch osserva che le accuse di oscenità, prostituzione e droga «confondono di fatto la difesa dei diritti Lgbt con la condotta criminale»: «In realtà gli arresti non hanno nulla a che vedere con la sicurezza delle famiglie», ma «strumentalizzano la retorica dei valori familiari». La relatrice speciale dell’Onu per i difensori dei diritti umani, Andrea Bolaños Vargas, si è detta «profondamente preoccupata per le notizie di retate di massa».

Eppure l’omosessualità in Turchia è legale dal 1858, depenalizzata ancora sotto l’Impero ottomano. Il partito di Erdoğan, di radici islamiste, ha però inasprito da anni retorica e restrizioni — il Pride di Istanbul è vietato dal 2015 — e gli attivisti leggono l’offensiva come un diversivo: con l’economia in affanno, la campagna offre al governo un nemico visibile e a buon mercato. Il monito di Human Rights Watch vale come chiusura del cerchio: «Quando le autorità abusano della giustizia penale per mettere a tacere l’espressione lecita, minano lo stato di diritto per tutti».