In Cisgiordania violenza, restrizioni agli spostamenti, espulsioni, crisi economica ed espansione degli insediamenti starebbero progressivamente riducendo la possibilità per i palestinesi di continuare a vivere e sviluppare una propria economia sul territorio. È la conclusione del rapporto pubblicato il 14 settembre dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, basato su oltre duemila testimonianze palestinesi raccolte dal 2023 e sull’attività svolta dall’organizzazione negli ultimi decenni.

Secondo B’Tselem, il processo avrebbe subito un’accelerazione dalla fine del 2022 e sarebbe ulteriormente aumentato dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. L’organizzazione sostiene che operazioni militari, limitazioni della circolazione, impoverimento ed espansione degli insediamenti non producano soltanto conseguenze separate, ma concorrano a restringere gli spazi nei quali la popolazione palestinese può vivere, lavorare e mantenere proprie strutture sociali ed economiche.

Israele presenta le operazioni condotte in Cisgiordania come necessarie per contrastare gruppi armati e proteggere la propria popolazione. B’Tselem contesta tuttavia che alcuni degli effetti prodotti siano limitati agli obiettivi di sicurezza, sostenendo che demolizioni, sfollamenti e restrizioni all’accesso alle terre stiano determinando modifiche durature sul territorio.

Nei campi profughi settentrionali di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, circa 33mila persone sarebbero state sfollate dall’inizio delle operazioni militari del gennaio 2025 e, secondo il rapporto, la maggior parte non avrebbe potuto fare ritorno nelle proprie abitazioni. Nelle aree rurali, fino al giugno 2026, B’Tselem registra 64 comunità completamente espulse e altre 18 interessate da espulsioni parziali.

Al luglio 2026, secondo l’organizzazione israeliana, gruppi di coloni avrebbero inoltre assunto il controllo di oltre 107mila ettari, corrispondenti a circa il 18 per cento della Cisgiordania, limitando l’accesso palestinese a vaste porzioni di territorio. Il termine controllo non indica necessariamente il trasferimento formale della proprietà, ma comprende l’impossibilità concreta di accedere alle terre per coltivarle, utilizzarle per il pascolo o abitarvi.

Alle limitazioni territoriali si aggiungono quelle alla circolazione. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari aveva censito alla fine del 2025 complessivamente 925 ostacoli agli spostamenti, il 43 per cento in più rispetto alla media annuale dei vent’anni precedenti. Quasi la metà limita i collegamenti tra città e villaggi palestinesi e le principali arterie stradali, con conseguenze sull’accesso a scuole, ospedali, mercati e luoghi di lavoro.

La pressione territoriale si accompagna a una profonda crisi economica. La disoccupazione in Cisgiordania è passata dal 13,1 per cento del 2022 a oltre il 31 per cento nel 2024. Secondo la Banca mondiale, nell’ultimo trimestre del 2025 è successivamente diminuita al 27,5 per cento, mentre l’economia ha registrato una parziale ripresa. L’attività produttiva resta tuttavia sensibilmente inferiore ai livelli precedenti all’ottobre 2023 e il numero dei palestinesi occupati in Israele rimane molto più basso.

A pesare sulle finanze dell’Autorità nazionale palestinese è anche il blocco dei trasferimenti delle entrate fiscali riscosse da Israele per suo conto, che secondo la Banca mondiale ha aggravato dal maggio 2025 i ritardi nei pagamenti e aumentato il ricorso al credito bancario. Le difficoltà finanziarie si riflettono sulla capacità di pagare gli stipendi, garantire servizi pubblici e sostenere l’economia privata.

B’Tselem definisce il processo in corso una forma di “pulizia etnica”, una qualificazione attribuibile all’organizzazione e distinta dalle conclusioni formulate dagli organismi giudiziari internazionali. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, attraverso un parere consultivo, ha stabilito che la presenza continuata di Israele nei territori palestinesi occupati è illegale e ha chiesto la cessazione delle nuove attività di insediamento. Il parere non costituisce tuttavia un accertamento delle singole responsabilità penali indicate nel rapporto.

Anche il governo britannico ha recentemente irrigidito la propria posizione. L’8 settembre il ministro degli Esteri Ed Miliband ha dichiarato in Parlamento che in alcune zone della Cisgiordania coloni violenti stanno compiendo una “pulizia etnica” dei palestinesi e ha annunciato l’intenzione di vietare le importazioni provenienti dagli insediamenti e di introdurre misure contro chi ne finanzia o sostiene l’espansione. Il provvedimento richiederà tuttavia un iter legislativo stimato tra sei e nove mesi.

La crescente frammentazione territoriale incide infine sulle prospettive politiche del conflitto. L’espansione degli insediamenti, gli sfollamenti e le limitazioni dei collegamenti tra centri palestinesi possono ridurre la continuità geografica necessaria alla costituzione di un futuro Stato palestinese. Il rapporto di B’Tselem sostiene che la questione non riguardi quindi soltanto il controllo della terra, ma la possibilità concreta per la popolazione palestinese di continuare a lavorare, studiare, coltivare e mantenere una vita economica e istituzionale nello stesso territorio.