La guerra contro l’Iran ha messo sotto pressione le scorte strategiche di munizioni degli Stati Uniti, evidenziando difficoltà industriali nel sostituire rapidamente missili e intercettori utilizzati durante le operazioni. Secondo un rapporto dell’ispettore generale del Pentagono, tra la fine di febbraio e giugno il conflitto condotto insieme a Israele è costato almeno 33,4 miliardi di dollari, dei quali 22,3 miliardi destinati alle munizioni.

Il problema non riguarda soltanto il costo delle operazioni. Il rapporto segnala carenze in alcune categorie di armamenti e difficoltà nell’aumentare rapidamente la produzione. Missili di precisione e intercettori richiedono infatti componenti elettroniche, propellenti, materiali specializzati e linee industriali che non possono essere ampliate in tempi brevi.

Nelle prime ventiquattro ore del conflitto le forze statunitensi hanno colpito oltre mille obiettivi, ma l’intensità delle operazioni è successivamente diminuita. Le guerre ad alta intensità comportano un consumo molto elevato di missili a lungo raggio, bombe guidate e sistemi destinati alla difesa antimissile, mentre la produzione è concentrata in un numero limitato di aziende.

Particolarmente rilevante sarebbe stato il consumo di una quota vicina all’80 per cento degli intercettori disponibili per il sistema THAAD. Questi missili rappresentano una componente importante della difesa statunitense contro i vettori balistici e sono utilizzati per proteggere basi e infrastrutture strategiche. Un impiego così intenso riduce quindi le riserve disponibili per eventuali crisi in altri teatri.

Gli attacchi iraniani hanno inoltre dimostrato la vulnerabilità delle installazioni statunitensi nel Golfo. Centinaia di edifici militari sarebbero stati danneggiati in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania. Anche strutture collegate al principale nodo logistico della Marina statunitense in Bahrein sono state interessate dagli attacchi.

Tra i mezzi danneggiati o perduti figurerebbero caccia F-15E, aerocisterne KC-135, elicotteri e droni MQ-9. Particolarmente importante è il possibile impatto sulle capacità di rifornimento in volo, sorveglianza e comando, necessarie per sostenere operazioni a grande distanza.

L’Iran ha puntato anche sulla saturazione delle difese attraverso il lancio contemporaneo di missili e droni. Una simile strategia obbliga il difensore a utilizzare numerosi intercettori e a stabilire priorità tra le installazioni da proteggere, aumentando rapidamente il costo delle operazioni.

Le conseguenze potrebbero estendersi oltre il Medio Oriente. L’Ucraina dipende in misura significativa dagli intercettori Patriot per proteggere città e infrastrutture dagli attacchi russi, mentre gli Stati Uniti mantengono contemporaneamente impegni militari e forniture nell’Indo-Pacifico. La necessità di ricostituire le riserve americane potrebbe quindi determinare una revisione delle priorità nelle consegne agli alleati.

La questione interessa direttamente anche Russia e Cina. Mosca osserva l’impiego di intercettori che potrebbero altrimenti essere destinati alla difesa dell’Ucraina, mentre Pechino può valutare la velocità con cui Washington consuma e riesce a ricostituire le proprie scorte durante un conflitto regionale ad alta intensità.

Ai 33,4 miliardi di dollari già contabilizzati dovranno inoltre aggiungersi i costi per riparare le basi, sostituire i mezzi perduti e ricostituire gli arsenali. I danni alle sedi diplomatiche vengono stimati in almeno 184 milioni di dollari, ai quali si sommano quelli provocati da evacuazioni, restrizioni operative e trasferimenti di personale e mezzi.

La guerra contro l’Iran evidenzia così uno dei principali problemi della pianificazione militare statunitense: mantenere contemporaneamente capacità sufficienti in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico richiede una produzione industriale in grado di sostenere consumi molto superiori a quelli delle operazioni condotte negli ultimi decenni.

Gli Stati Uniti conservano capacità militari superiori a quelle di qualsiasi singolo avversario, ma la ricostituzione delle scorte richiederà nuovi investimenti, ampliamenti degli impianti produttivi e contratti di lungo periodo. La disponibilità di munizioni diventa quindi non soltanto una questione militare, ma un elemento destinato a incidere sulle priorità strategiche e sulle possibilità d’intervento di Washington nei diversi teatri internazionali.